giovedì 23 giugno 2011

L'ascesa dell'imprenditorialità e il ruolo dei giovani (parte II)

Nella parte I del post che ho aperto un paio di settimane fa sul rapporto tra giovani e imprenditorialità ci siamo lasciati constatando come spesso sia difficile per le grandi imprese farsi agenti di cambiamento e trasformazione economica. Da chi dipende dunque il cambiamento? Rispondo a seguire e parto da tale riflessione per riallacciarmi al tema giovani e imprenditorialità.

Giovani e imprenditorialità
La risposta è presto data. La vera responsabilità del cambiamento sta sulle spalle delle nuove imprese e degli imprenditori che le creano. Ed è una responsabilità impegnativa che richiede una certa dose di coraggio. Perché chi innova si dovrà scontrare con un sistema inevitabilmente scettico che, in quanto espressione del vecchio, farà fatica a riconoscere il nuovo o a riconoscerne il valore, e cercherà altresì di difendersi contro quella che Schumpeter descriveva come l’onda di distruzione creatrice. Per accollarsi questa responsabilità serve dunque una dose di coraggio non comune. Non a caso Richard Branson definisce l’imprenditore come un avventuriero, qualcuno che ha il coraggio di addentrarsi in sentieri che la maggior parte delle persone non osano esplorare.



In questa luce non sorprende che nell’ultimo rapporto prodotto dal GEM si identifichi nell’avversione al rischio il principale fattore di impedimento all’imprenditorialità. E questo ci permette inoltre di capire perché il rapporto tra imprenditorialità e giovani sia così stretto. Perché se c’è un risultato robusto negli studi di psicologia sociale è che l’avversione al rischio cresce con l’età, poichè più si avanza nella propria vita personale e professionale più è alto il costo opportunità di mettersi in gioco.

Bernard Shaw diceva che l’uomo ragionevole si adatta al mondo mentre l’uomo irragionevole adatta il mondo a sé. Dunque tutto il progresso dipende dall’uomo irragionevole. E’ questa la sana irragionevolezza - Steve Jobs probabilmente parlerebbe di foolishness (o forse è meglio chiamarla audacia sfrontata) - di cui la giovinezza è ricca. E' grosso modo proprio questo il principale messaggio che esce dalla tavola rotonda di giovani imprenditori che si è tenuta l'anno scorso a Stanford e di cui trovate qui sotto un breve resoconto video. Quando si è giovani è più naturale prendere decisioni non convenzionali, semplicemente perchè non si è ancora imbrigliati in logiche di settore o modi consolidati di fare le cose.



Qualche anno fa a Silicon Valley Eric Schmidt, Chairman di Google e Micheal Moritz di Sequoia, il più potente VC al mondo vennero intervistati in un pane dal titolo “Why VCs Love Young Blood”. In quell’occasione Moritz incominciò a snocciolare una serie di aziende impressionanti da Apple a Google, a Microsoft a Facebook, a Sun a Oracle a Ebay, Groupon. Da cosa sono accumunate queste imprese....? Facile. Sono state tutte fondate da ragazzi tra 20 e 30 anni!

Per curiosità ho fatto un piccolo esercizio analogo concentrandomi sull'Italia. Molto banalmente ho isolato le (poche) start-up italiane che oggi vengono da tutti considerate come le exit di maggior successo degli ultimi anni, ovverosia imprese partecipate da capitale di rischio che hanno garantito ritorni multimilionari sul capitale investito. Che cosa ho scoperto?

Ve lo rivelerò nella terza e ultima parte di questo post. Online a breve. Ciao!

mercoledì 8 giugno 2011

L'ascesa dell'imprenditorialità e il ruolo dei giovani (parte I)

Oggi vorrei riproporre alcuni spunti di riflessione sulla relazione che intercorre tra l'essere giovani e il fare impresa. Scrivo "riproporre" perchè si tratta di idee che ho avuto modo di discutere in occasione di alcuni recenti convegni e che desidero oggi sedimentare attraverso il blog. Parto da una osservazione di carattere macro - ovverosia l'ascesa a livello globale del tema imprenditorialità (parte I), per poi concentrarmi in modo più specifico sul rapporto giovani-nuova impresa (parte II).

Negli ultimi ani sono letteralmente fiorite iniziative volte a promuovere l’imprenditorialità. Penso ad esempio alla Start Up Initiative di Intesa, al programma Fulbright Best che porta giovani imprenditori in Silicon Valey, a Mind the Bridge lanciato da Marco Marinucci per premiare idee di impresa innovative, a  Working Capital unitamente al Premio Nazionale per l'Innovazione e al più recente InnovActLab. E’ addirittura nata grazie al supporto della Kaufman Foundation una vera e propria settimana dell’imprenditorialità a livello mondiale la GEW.

Anche i media hanno avuto la loro parte. Sono proliferate negli ultimi 5 anni  trasmissioni di grande successo dedicate a questo tema. Dragon Den è un format in cui gruppi di giovani devono presentare la loro idea a investitori professionali. Nato in Giappone è oggi trasmesso in 12 paesi.



In The Shark Tank prodotto dalla ABC un gruppo di startup ha pochi minuti per convincere un panel di investitori. E’ appena partita la seconda stagione. The Apprentice ha prodotto numerosi spinoffs. Anche in Cina è stata lanciata una trasmissione in cui un gruppo di imprenditori ha l’opportunità di ottenere 1.3 milioni di finanziamenti per la propria idea.


Insomma, si direbbe proprio che l’imprenditorialità sia divenuta mainstream. La domanda sorge dunque spontanea. Come mai l'interesse pubblico e provato ha subito negli utlimi anni questa accelerazione?

Si possono probabilmente immaginare molteplici concause alla base di questa catalizzazione di interesse attorno all’imprenditorialità ma probabilmente vi è un fattore che più di ogni altro ha giocato un ruolo determinate. Ed è il fatto che raramente le economie capitalistiche hanno avvertito un bisogno di rinnovamento così intenso come in questo periodo storico, in cui le crisi finanziaria ha messo a nudo i punti deboli di settori industriali maturi e in cui la globalizzazione richiede ripensamenti profondi delle filiere del valore. Il punto è che le grandi imprese o più in generale le imprese esistenti spesso (il più delle volte) non sono attrezzate per rispondere con sistematicità a questo bisogno di rinnovamento. Perché il rinnovamento implica per sua stessa natura una messa in discussione dello status quo e dunque un ripensamento delle basi del proprio successo. Questa considerazione è indispensabile per apprezzare la relazione tra gioavani e nuova impresa. Partiremo da qui nella seconda parte di questo post.



sabato 14 maggio 2011

Start Cup 2011

Si riparte con la Start Cup! La prima competizione dell’Emilia-Romagna tra idee imprenditoriali innovative ad alto contenuto di conoscenza. L’evento ufficiale di lancio è previsto per Mercoledì 18 Maggio ore 11 presso la Fondazione Carisbo.



Parleremo di giovani e imprenditorialità. Trovate il programma e tutti i dettagli dell'iniziativa a seguire: http://startcup.spinner.it/StartCupinvito2011.pdf

domenica 1 maggio 2011

Gli imprenditori e l’arte del networking

Thomas Edison rappresenta forse nell’immaginario collettivo il modello ideal tipico di imprenditore. In un periodo compreso tra il 1876 e il 1881 dal suo laboratorio-impresa a Menlo Park (New Jersey) Edison sforna una quantità strabiliante di innovazioni: fonografi, telegrafi, telefoni, generatori, nonché  ovviamente le lampadine elettriche.  In soli 6 anni, nel periodo di massima prolificità, il laboratorio di Menlo Park genera oltre 400 brevetti e innumerevoli applicazioni commerciali divenendo noto al mondo come “la fabbrica delle invenzioni”. Ma cosa si cela dietro questa grande storia di imprenditorialità e innovazione? 


Se seguissimo l’aneddotica popolare probabilmente risponderemmo senza indugio che il segreto di Thomas Edison era racchiuso nella sua mente fertile e geniale. Ma sarebbe una risposta insoddisfacente. Il mito che vuole Edison recluso nel suo laboratorio a generare una invenzione dopo l’altra per il mondo non trova riscontro nella realtà dei fatti. Gli storici dell’innovazione e gli studiosi di gestione della tecnologia ci offrono una risposta diversa, che sorprenderà i più, ma probabilmente non gli imprenditori: Edison era una maestro nel networking.  Mentre i 13 ingegneri che lo affiancavano (e a cui si devono gran parte dei brevetti) lavoravano alacremente in laboratorio Edison costruiva relazioni con il mondo esterno a caccia di nuove idee, possibilità applicative e risorse, insomma di opportunità. La fitta rete di legami sociali e commerciali con investitori, fornitori, istituzioni e clienti operanti in settori disparati di cui Edison si era circondato non solo gli consentiva di tenere il polso del mercato e dei bisogni emergenti, ma gli permetteva anche di identificare con facilità opportunità applicative alternative per prodotti originariamente sviluppati per un dato mercato. Come tutti i grandi imprenditori Edison era ben consapevole che nessun prodotto, per quanto rivoluzionario può vendersi da solo.


Oggi più che mai, in un contesto competitivo in cui l’informazione strategica è frammentata, le competenze sono disperse, e i processi di innovazione sono distribuiti tra più attori, gli imprenditori devono padroneggiare l’arte del networking. Negli ultimi anni presso il Dipartimento di Scienze Aziendali abbiamo condotto diversi studi per analizzare i network di imprenditori e la capacità relazionale è un elemento ricorrente nelle storie di maggior successo. Nelle imprese che crescono troviamo invariabilmente grandi costruttori di reti sociali, a caccia di opportunità, ispirazione e sostegno esterno. Siamo così sedotti e affascinati dall’ideale romantico dell’imprenditore eroico, geniale e solitario che tendiamo spesso a trascurare la dimensione relazionale dell’imprenditorialità. Ma la creatività in assenza di una tensione costante all’azione e alla costruzione di reti è il dominio degli  inventori, non degli imprenditori: “1% inspiration, 99% perspiration”. Parola di Thomas Edison. 


venerdì 15 aprile 2011

Less is More

La scorsa settimana ho avuto il piacere di coordinare i lavori della commissione che ha decretato il progetto vincitore del bando Less is More e del premio ad esso associato.

Less is More è una iniziativa ideata e promossa da Marco Palmieri - fondatore di Piquadro - e dalla Fondazione della sua famiglia con l’intento di promuove progetti di imprenditorialità sociale volti a valorizzare in maniera originale i talenti nascosti, ovverosia le capacità di persone affette da disabilità, capacità dunque più difficili da intercettare ma non per questo meno importanti. Il deficit come risorsa dunque, il meno che diventa più, dalla celebre battuta dell’architetto van der Rohe “Less is More”, per l’appunto. 

Per identificare questi progetti Marco ha creato una apposita commissione comprendente, oltre al sottoscritto, il Diretore Generale di Unicredit Roberto Nicastro, il cantante Francesco Guccini,  il Presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti e Maria Ambrogina Bertone, referente disabilità AUSL. Un commissione dunque molto eterogenea, in grado di mettere assieme punti di vista diversi e dunque forse meglio attrezzata per cogliere idee non convenzionali e svelare talenti invisibili.

Durante la cerimonia sono stati presentati al pubblico i tre progetti finalisti e, tra questi, è stato indicato il vincitore sulla base delle preferenze espresse dalla giuria.  Ha vinto il progetto “Babalù La fattoria dell’amicizia”, presentato da Alessandra Campitelli e Antonella Bomba (nella foto al centro ricevono il premio). L’idea di business consiste nella creazione di una fattoria bio-sociale che offra una formula terapeutica alternativa, l’onoterapia, una particolare pet therapy che si avvale dell’asino. Trovate qui alcune belle immagini. 


E’ stato davvero emozionante prendere parte a questa iniziativa. Grazie a Marco Palmieri per la vision e l’impegno e un grande in bocca al lupo Alessandra e Antonella!

mercoledì 6 aprile 2011

C’è del metodo in questa follia (William Shakespeare)

Spesso quando insegno i miei corsi di imprenditorialità mi piace descrivere I grandi imprenditori come dei folli metodici. Folli perché non di rado si innamorano di un’idea che i più giudicano bizzarra, metodici perché seppure accolti con scetticismo, diffidenza o anche irrisione per le loro scelte di rottura, proseguono imperterriti nella loro visione di cambiamento. Fino a quando la loro ostinazione visionaria non incomincia a fare breccia e a contagiare altre persone che in quell’idea bizzarra incominciano pian piano a cogliere un senso concreto di possibilità e cambiamento. Fino a quando il sogno di un folle diventa la realtà condivisa di una moltitudine.

Oggi voglio condividere con voi un video stupefacente che in poco più di 3 minuti sintetizza questo processo con l’immediatezza che sole le migliori metafore possono raggiungere. Mi raccomando, il video va visto tutto fino alla fine! Subito sotto trovate la mia interpretazione che ne segue la scansione temporale.




Ecco dunque l’apologo “imprenditoriale” racchiuso in questo video:

00 In primis qualcuno incomincia a comportarsi in modo bizzarro. Poiché le sue scelte non convenzionali sfidano norme e canoni consolidati viene guardato con sospetto e lasciato solo. Ma non desiste e continua a fare quello che lo appassiona.

18’’ Accade Qualcosa di inatteso. Qualcun altro crede nella sua idea e lo segue. Il folle accoglie il suo primo seguace a braccia aperte. Ora non è più da solo e in due tutto diventa un po’ più facile. Il seguace trasforma il folle solitario in un leader!

53’’ Subentra un secondo seguace. Questo è un momento di svolta cruciale nel processo imprenditoriale. E’ la prova che quell’idea apparentemente così bizzarra può fare breccia e attecchire.  

1:11 – Altri due seguaci e poi altri tre si aggregano in rapida successione. E’ il punto di svolta, l’inerzia si sposta sempre di più a favore del folle, che ora è sempre più un modello da seguire e sempre meno un folle da irridere.

2:00 – fine. A questo punto l’effetto è travolgente e inarrestabile. Tutti vogliono essere parte di quella visione che ora è realtà.

Ci siamo. E’ giunto il momento per quel personaggio strambo e solitario di fare un passo indietro e godersi il frutto della sua audacia sfrontata, perché ha contagiato il mondo. Con metodica follia. 

lunedì 21 marzo 2011

Costruire un ecosistema imprenditoriale (parte II)

Proseguo oggi la mia lista di spunti in merito alle modalità/possibilità di creazione di un ecosistema imprenditoriale. Nel post precedente ho rilevato la difficoltà di usare Silicon Valley come paradigma di riferimento.  Vorrei oggi invece concentrarmi su  alcune “practices” che dovrebbero a mio avviso ispirare scelte di policy o più in generale azioni di stimolo/sostegno all’imprenditorialità:

Punto 2: Credere (e investire) nel potere della comunità
L’imprenditorialità, in quanto innovazione, presuppone un confronto continuo con l’incertezza e quindi una significativa tolleranza al rischio. Uno strumento indispensabile per iniettare fiducia a chi innova è il confronto con la comunità dei pari. Per comunità dei pari intendo tutti coloro sono animati da spirito imprenditoriale e che nella condivisione delle loro storie trovano forza per andare avanti, procedere o rialzarsi se sono caduti. Trovare in altri imprenditori dei modelli di riferimento è importantissimo e indispensabile, specie nei momenti più difficili, quando la porpia idea sembra arenarsi contro barriere di scetticismo o indifferenza. Come alimentare questo senso della comunità?
·        Ad esempio attraverso iniziative come brainstorming lounge, momento di incontro a cadenza mensile che aggrega imprenditori desiderosi di raccontarsi e condividere preoccupazioni e speranze del loro percorso imprenditoriale. Una momento in cui, nella lotta quotidiana per legittimare la propria idea, ci si puo’ scoprire molto meno soli di quanto talora non si creda. Ben vengano iniziative di questo tipo, che portano boccate di ossigeno a chi decide di fare impresa. Massimo e Bruno (i.e. Massimo Bocchi e Bruno Iafelice, ideatori del blounge), continuate così! 

·        Celebrando e comunicando in tutti i modi possibili le “gesta” degli imprenditori che ce la fanno e che possono indurre altri a provarci e a mettersi in gioco attraverso l’emulazione. E' nell’esempio infatti che gli emuli trovano la ragione forse più forte e tangibile per dire “ci provo anch’io”. Penso a come il successo di Skype  abbia ispirato una intera schiera di nuovi imprenditori in Estonia. Baidu (il motore di ricerca più diffuso in Cina) ha fatto lo stesso in Cina. Questi successi, se ben comunicati, galvanizzano gli animi riducendo la percezione di barriere e rischi.

·        Portando gli imprenditori nelle Università a raccontare agli studenti che “il fare impresa” è una strada possibile. Una strada difficile, impervia, costellata di ostacoli ma anche foriera di sorprese e gratificazioni non paragonabili a quelle proprie di percorsi più sicuri e lineari come il management o la consulenza.  Personalmente, già da alcuni anni cerco di coinvolgere in maniera sistematica imprenditori e investitori in aula per permettere agli studenti di capire che l’imprenditorialità è un mondo possibile. Tornerò su questo tema a breve. 

Punto 3: Fare leva sulle gazzelle
Il termine gazzella è molto in voga nella letteratura accademica per indicare nuove imprese particolarmente dinamiche e veloci che riescono in tempi relativamente brevi a raggiungere risultati significativi. Può sembrare un’affermazione elitistica e iniqua ma la verità è che 50 imprese da due persone e una impresa che ne impiega 100 non sono la stessa in termini di creazione di valore. I posti di lavoro sono gli stessi ma il potenziale di apprendimento, l’effetto reputazione e la capacità di ispirare sono molto superiori. Il messaggio di policy che ne traggo è (solo in parte) provocatorio. L’allocazione di risorse a favore di nuove imprese non deve essere “democratica” ma selettiva. Bisogna puntare sulle imprese più ambiziose, affamate di crescita e di innovazione. E quando le gazzelle emergono dovrebbero essere celebrate il più possibile attraverso i media.

Punto 4: Alleviare gli ostacoli culturali
Cambiare l’orientamento verso l’imprenditorialità significa trasferirne l’importanza e rimuovere quell’aura negativa o diffidente che troppe volte in Italia circonda il “fare impresa”. Questo richiede anche una attitudine culturale meno severa e stigmatizzante nei confronti del fallimento. Vi cito una frase di Denis Payre (fondatore di Business Object, ceduta nel 2007 a SAP per 6.8 bilioni di dollari) che mi ha molto colpito e che denota perfettamente il contrasto tra due approcci culturali all’imprenditorialità, quello europeo e quello statunitense:

 “When I decided to quit my job at Oracle my family and friends in Europe gave me 10 reasons why I should not do it. By contrast, when he visited the US, people gave me 10 reasons why I should do it. We live in a very risk-averse environment”

Cambiare routine culturali è forse la sfida più grande ma è anche una delle più decisive. In che modo procedere? A piccoli passi, ma con grandi aspirazioni. Godetevi questo video.

sabato 12 marzo 2011

Costruire un ecosistema imprenditoriale (parte I)

Come costruire un ecosistema imprenditoriale? Come stimolare creazione d’impresa e innovazione? Come far diventare un luogo un attrattore di idee e talento? Queste domande riecheggiano puntualmente all’interno degli svariati dibattiti, tavole rotonde, conferenze, convegni e seminari dedicati ogni anno ai temi dello sviluppo locale. E altrettanto puntualmente il mito di Silicon Valley viene presentato come modello di riferimento cui tendere, quasi fosse l’unica e sola vera via per  rispostagli interrogativi di cui sopra. 


Purtroppo gli studiosi che si sono occupati seriamente di questo tema sempre più diffusamente convergono nel ritenere questa via, per l’appunto, niente più che un mito. Oggi vorrei esprimere alcune riflessioni in proposito. Procederò per punti, cercando di delineare quelle che ritengo essere le vie più promettenti per stimolare l’imprenditorialità su scala locale. Per spazzare il campo da ogni dubbio premetto che non credo nell’esistenza di una “formula” vincente. Credo però che si possano definire delle linee guida, una sorta di roadmap, a partire da alcuni semplici principi.

Principio 1: Stop Fantasising about the Valley!
Silicon Valley è l’espressione di un processo di sviluppo straordinario basato sulla concomitanza di circostanze uniche e irripetibili. Cito le più eclatanti ( ma la lista potrebbe essere molto più lunga):
a)      La presenza di una eccezionale infrastruttura industriale incentrata sui settori aerospaziale e delle radiocomunicazioni su cui si sono innestate le prime importanti iniziative imprenditoriali. Su questo punto rimando al blog di Bradford Cross e alla sua ricca ricostruzione storica del fenomeno Silicon Valley, recuperabile qui.
b)     La cultura liberale  e aperta della California, una regione che è stata plasmata da pionieri pronti ad abbandonare vecchie certezze per perseguire nuove opportunità.  E ovviamente il diffuso spirito imprenditoriale di un paese, gli USA, in cui sina da piccoli si è esposti a storie "mitiche" di  figure imprenditoriali e innovatori come Edison o Benjamin Franklin e dove per le strade si trovano statue dedicate a capitani di industria come Andrew Carnegie o Henry Ford.
c)      Stanford e il rapporto tra università e industria. L’università di Stanford si sviluppa sin dai primi anni di vita con un orientamento di apertura e scambio nei confronti del mondo industriale. Le università californiane sono inoltre storicamente impegnate nella promozione di science parks, uffici di trasferimento tecnologico, incubatori, e fondi di investimento (Stanford, tanto per citare uno dei tanti casi eclatanti, ha incassato 200 milioni di dollari dalla propria quota in Google!). A questo si unisce una politica estremamente liberale nei confronti di PhD stranieri. Basti pensare che  nel 2008 le nuove imprese fondate o co-fondate da immigrati stranieri erano il 52% del totale. Nel 1998 erano il 25%.
e)      La presenza negli anni 60 di una struttura eccezionale come Fairchild Semiconductors, un laboratorio di ricerca pionieristico da cui fuoriusciranno nel giro di pochi anni i futuri fondatori di giganti come Intel, AMD, National Semiconductor, Kleiner Perkins e Xerox Parc, organizzazioni queste ultime a loro volta destinate a gemmare legioni di imprenditori (i famosi "fairchildren"), come illustrato nella figura sottostante.


Questa concomitanza di fattori ha messo in moto un processo tutt’altro che lineare e altamente idiosincratico. Dunque impossibile da riprodurre “by design”. Ispirarsi a un modello di riferimento è quasi sempre utile e costruttivo, a patto che non si tratti di un modello utopico. Nel prossimo post cercherò di contrapporre alla chimera Silicon Valley 3 semplici idee su come avviare un percorso di costruzione dell’ecosistema graduale e “dal basso”.

venerdì 25 febbraio 2011

“Credo nelle idee che diventano azioni” (Ezra Pound)

Quanto vale una grande idea imprenditoriale? Poco, probabilmente niente o quasi…se non è accompagnata da una altrettanto grande propensione all’azione. Cheval, il portagonista del nostro post precedente e' un esempio mirabile di questa sintesi tra l'immaginare e il fare. Eppure non di rado mi capita di incontrare persone che ripongono una fiducia smisurata nella loro idea e vedono nel business plan il punto di destinazione della progettazione imprenditoriale. Ma l’idea rappresenta solo un piccolo passo (il meno impegnativo) del percorso e il business plan è già vecchio nell’istante stesso in cui esce dalla stampante.

La verità è che le idee oggi più che mai sono commodities (dunque disponibili in grande abbondanza) di scarso valore se non sono sostenute da una forte attitudine (questa sì merce davvero rara) all’esecuzione. Sorrido quindi di fronte ad atteggiamenti di circospezione, reticenza se non totale chiusura da parte di potenziali imprenditori preoccupati di perdere la paternità della “propria” idea. 

Vi riporto in proposito il concetto di “idea come moltiplicatore” proposta da un noto personaggio del mondo degli affari  americano nel corso di un una presentazione a cui ho di recente assistito. In breve questa è la spiegazione:

Idea cattive = -1
Idea debole = 1
Idea buona = 10
Idea brillante = 20

Assenza di esecuzione = €$0
Esecuzione debole = €1000
Esecuzione buona = €100,000
Esecuzione brillante = €1000,000

Tutto il valore è nell’esecuzione. L’idea può moltiplicarlo, ma non crearlo. Ecco perché Artur Rock, uno dei più grandi Venure Capitalist viventi, è solito affermare: “I invest in people not ideas

mercoledì 16 febbraio 2011

"C'è una cosa più irresistibile di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un'idea il cui tempo sia giunto" (Victor Hugo)

Oggi vorrei condividere con voi una storia imprenditoriale incredibile e visionaria, come il suo protagonista. E’ la storia del Palais Ideal, un fantastico castello situato a circa 45 km a sud di Lione, nell’oscuro villaggio di Hauterives. Il Palais Ideal è un edificio immaginifico che combina stili, materiali e colori per dare forma a un'opera che non ha eguali al mondo. Una struttura  che nel suo punto di massima altezza raggiunge i 12 metri, realizzata con 3500 sacchi di argilla e  racchiusa da una cinta muraria di 1km.



Ma la cosa davvero più sorprendente è che a realizzare questo prodigio della fantasia non è stato uno stuolo di operai e architetti né tantomeno un’impresa di costruzioni, bensì un uomo solo. E ci ha impiegato 33 anni. Il suo nome è Ferdinand Cheval, e di mestiere faceva il postino. Con una educazione elementare e senza alcuna conoscenza tecnica né architettonica Cheval riuscì a edificare qualcosa che merita davvero di essere visto e che è oggi celebrato da artisti e intellettuali.


Nato nel 1836  nel minuscolo villaggio di Charmes-sur-l’Herbasse, Cheval copriva quotidianamente un percorso di circa 20 km per completare le consegne postali. Secondo le fonti più accreditate Cheval un giorno inciampò su un sasso rotondeggiante che lo colpì per la sua forma armoniosa e perfettamente levigata. Da quel momento in poi giorno dopo giorno e del tutto noncurante del sospetto e dell’irrisione dei suoi compaesani, incominciò ad accumulare le pietre nel luogo dove avrebbe dovuto sorgere il suo castello. Munito di una piccola carriola e spesso alzandosi alle due o tre del mattino per avere più tempo a disposizione prima dell’inizio del suo giro postale, Cheval trasportava e impastava incessantemente sassi e argilla.

Man mano che la sua creazione prendeva forma Cheval inscriveva nelle pareti aforismi e frasi  come “La vita è un destriero veloce. I miei pensieri permarranno assieme a questa pietra”, oppure “Tutto ciò è fatto d’arte, sogno e energia” o ancora “Passante, tutto quello che vedi è il lavoro di un contadino”.  I suoi compaesani incominciarono presto a crederlo pazzo ma già alla fine del 1800 il vociferare attorno a questo personaggio stralunato e alla sua fantastica creazione incominciava ad attrarre turisti e giornalisti da ogni dove.

Quando nel 1912 terminò la sua opera egli manifestò la volontà di essere sepolto al suo interno. Ma poiché le autorità locali non accolsero il suo desiderio il postino Cheval si rimise all’opera. Questa volta all’interno del cimitero di Hauterives, dove realizzò un fantasmagorico Mausoleo in cui deporre le sue spoglie mortali. Impiegò altri 8 anni per edificare questa incredibile tomba a cui diede nome “Tombeau du silence et du repos sans fin” (Tomba del silenzio e del riposo senza fine) e in cui ebbe sepoltura assieme a sua moglie nel 1924, all’età di 88 anni. Oggi il Palais Ideal e il Mausoleo sono riconosciuti ufficialmente come Patrimonio della Cultura Francese e attraggono  un continuo flusso di visitatori e artisti.


La storia di Ferdinand Chanel è emozionante così come la straordinaria lezione imprenditoriale che ci tramanda. Una lezione che esprime mirabilmente quella ostinazione audace che solo la fiducia cieca in un’dea, per quanto folle e bizzarra, può nutrire. A completamento del suo castello Cheval pose una lapide con su scritto: “1879-1912-10.000 giorni, 93000 ore, 33 anni di lotta. Che provino, coloro che pensano di poter fare meglio". L'avanzata di un'idea il cui tempo è giunto è davvero inarrestabile. 

Vi segnalo questo breve documentario in lingua inglese, qualora vogliate approfondire.