giovedì 24 ottobre 2013

Crowdfunding (3): Dare, avere e l’arte di chiedere


Desidero concludere la mia piccola carrellata sul crowdfuning (post I qui, post 2 qui) con qualche personale riflessione su incentivi e motivazioni. Quali sono i meccanismi motivazionali che spingono i crowd-funders a sostenere  i progetti più disparati? Perché così tante persone appaiono desiderose di finanziare progetti creativi dalle prospetti a dir poco incerte?.


 Seguendo una pura logica di mercato una prima spiegazione che si potrebbe addurre è di tipo transazionale. Offro risorse finanziarie certe in cambio di un ritorno incerto ma con una probabilità positiva, seppure piccola, di avere un ritorno in grado di più che compensare l’esborso.  Ragionevole, sennonché un gran numero di  campagne di crowdfunding, pur raggiungendo la soglia minima di finanziamento richiesto, non offrono ai sostenitori alcun ritorno economico. Qualche volta  promettono una copia del prodotto oggetto della campagna,  talora garantiscono una menzione speciale tra i benefattori del progetto. Tipicamente non danno  alcun ritorno tangibile. Una spiegazione imperniata su una pura logica di mercato è dunque insoddisfacente e certamente non può spiegare in modo convincente il successo di piattaforme come Kickstarter o Indiegogo, dove quasi sempre ciò che viene promesso in cambio della donazione ha un valore monetario inferiore alla somma erogata.

Un utile spunto per riflettere su un meccanismo del tutto differente mi viene offerto dalla cantante e musicista Amanda Palmer, recentemente protagonista di un intenso e molto discusso Ted talk, che riporto a seguire. In questo toccante video la Palmer descrive la sua incredibile campagna di raccolta fondi su Kickstarter, conclusasi nel 2012 con un risultato 10 volte (circa) superiore alla sua richiesta originale. Il talk si intitola l’arte di chiedere ed è incentrato su un messaggio semplice quanto sfuggente. Nel momento in cui si chiede aiuto, nella fattispecie sotto forma di risorse per sostenere un progetto musicale, si gettano le basi per instaurare una relazione fiduciaria tra due persone. 

 

In effetti, come avevo sottolineato nel mio precedente post, coloro che contribuiscono alle compagne di crowdfunding sono prevalentemente persone che fanno parte della rete sociale dei proponenti, e che attraverso la piattaforma hanno la possibilità di sentirsi parte di un progetto condiviso.  La piattaforma diviene cioè il veicolo attraverso cui le persone possono aggregarsi dando vita a piccole comunità di supporto amalgamate da un condiviso “slancio al dare” (senza certezze né particolari aspettative su ritorni tangibili ma con la certezza di aver dato uno mano).

Il punto a mio avviso centrale è che i finanziatori di Kikckstarter, così come avviene per altre piattaforme analoghe, non sono investitori nel senso tradizionale del termine e non sono alla ricerca di  opportunità per massimizzare il ritorno degli investimenti. La logica che ispira le loro scelte non è infatti quella monetaria di mercato, ma quella del dono. Nel libro The Gift, ispirato al concetto di economia del dono, Lewis Hyde descrive la relazione tra l’economia di mercato e la tensione verso il prossimo che caratterizza il gesto del donare. Hyde si concentra in modo particolare sugli artisti, suggerendo che ogni creazione artistica è spinta primariamente da un sentimento altruistico. Anche se un progetto creativo è quindi oggetto di una transazione, le forze che lo generano sono ispirate dal desiderio di condividere qualcosa con il mondo, non dal mercato.

Ecco, questo desiderio di condivisione e partecipazione al contempo credo sia la ragione più profonda dell’ascesa del crowdfunding e in un certo senso il sentimento che ispira il rapporto osmotico tra chiedere e dare su cui si basa la sopravvivenza di ogni comunità.

Sarebbe una grande calamità per il mondo – scriveva Henry Miller  nelle sue celebri riflessioni sull’interdipendenza tra dare e avere – se eliminassimo il mendicante. Il mendicante nello schema delle cose è tanto importante quanto colui che dona. Dio ce ne scampi se il mendicare dovesse  sparire e non ci fosse più bisogno di rivolgersi ad altri essere umani per chiedere qualcosa e dare così  loro la possibilità di condividere la propria ricchezza”.

venerdì 13 settembre 2013

Crowdfunding Italia

E’ con orgoglio che possiamo dire che l’Italia presto sarà il primo paese in Europa ad avere un regolamento per l’equity crowdfunding”, Giuseppe D’Agostino, vice-direttore CONSOB

Il crowdfunding in Italia sta prendendo piede. Rapidamente. Così rapidamente che una volta tanto siamo leader internazionali e non follower. A partire da fine luglio infatti la Consob  ha introdotto una normativa organica a regolamentazione del crowdfunding basato su equity, ovvero generativo di quote societarie a corrispettivo delle risorse elargite. L’intervento di Consob per ora è ristretto alle start-up a carattere innovativo: ma lo strumento giuridico è stato varato, ed è possibile che venga esteso ad altre tipologie. Non mi soffermo sui dettagli del regolamento, le cui specificità sono peraltro efficacemente commentate in questo articolo

Desidero invece soffermarmi su alcuni numeri che aiutano a dimensionare l’entità e la diffusione di questo strumento in Italia. L’occasione mi è offerta dalla recente pubblicazione di una ricerca condotta a cura dell’Università Cattolica di Milano, che ha provato a radiografare il fenomeno e da cui ho estratto qualche grafico (rinvio allo studio per tutti i dettagli). Ne emergono alcuni dati significativi. A partire dal numero di piattaforme. Complessivamente 21 alla data di Marzo 2013, suddivise nelle 4 tipologie classiche di crowdfunding: 1) la donazione: il finanziamento ha natura di liberalità; 2) il prestito personale (social lending): si tratta di un finanziamento fruttifero di interessi, anche se solitamente molto calmierati rispetto a quelli di mercato; 3) il crowdfunding reward-based: il finanziamento garantisce un riconoscimento materiale (ad esempio il prototipo del prodotto scaturito dal progetto finanziato, etc.) o simbolico (ad es. l’indicazione in bella vista del nome del donatore nel sito dei proponenti, etc.); 4) e infine il crowdfunding equity-based: il finanziamento è un contributo al capitale sociale e dunque si ha diritto a una quota di equity dell’impresa  (è in quest’ultima tipologia che l’Italia, attraverso la recente regolamentazione Consob,  si pone all’avanguardia, almeno da un punto di vista squisitamente normativo). 

Come suggerito dal grafico qui sotto riportato le piattaforme reward-based sono quelle di gran lunga più diffuse, anche se per effetto della regolamentazione è immaginabile una accelerazione da parte di quelle equity based. 


La prima piattaforma italiana definibile come crowdfuning è produzionidal basso, un modello reward-based creato nel 2005. Ma è soprattutto nel corso dell’ultimo anno che si assiste all'esplosione del fenomeno. Con ben 7 piattaforme lanciate nei primi 8 mesi del 2013. La progressione nel tempo di alcune delle piattaforme più significative è riportata a seguire.

Ma è il dato sul capitale raccolto quello che forse attira di più l’attenzione. Complessivamente i progetti finanziati hanno attratto oltre 13 milioni, in gran parte generati da piattaforme di tipo “social lending”, dunque basate su prestito.  La tabella a seguire riporta il valore totale dei progetti pubblicati e successivamente finanziati diviso per modelli di crowdfunding.


 Si tratta complessivamente di circa 3000 progetti finanziati su un totale di circa 9000 progetti pubblicati sulle piattaforme. Pur trattandosi di operazioni mediamente di piccolo cabotaggio, che vanno dai 2 ai 4 mila euro di raccolta media (a seconda della tipologia di piattaforma) questi numeri segnalano che il fenomeno è vitale e indubbiamente in ascesa. Cosa c'è alla base di questo fenomeno? Ne parleremo prossimamente. 

venerdì 21 giugno 2013

Crowdfunding, uno spazio sempre più crowded

Il crowdfunding, ovvero la raccolta di capitale attraverso piattaforme online accessibili a chiunque voglia scommettere su un dato progetto/prodotto/servizio, è oggi un’opzione sempre più credibile e diffusa per racimolare risorse. Nel 2012 secondo la fondazione Kauffman la raccolta complessiva veicolata da piattaforme di crowdfunding è stata pari a $2.8 bilioni worldwide, quasi il doppio rispetto al 2011. 


Secondo Forbes tali piattaforme sono oggi oltre 700. E' notizia di pochi giorni fa che su Kickstarter (la piattaforma di crowdfunding più nota e popolare al mondo) il progetto Pebble Watch (un orologio in comunicazione con l'iPhone) ha chiuso una raccolta record di oltre 10 milioni di dollari, erogati da circa 69000 sostenitori. E’ indubbio che si tratti di uno strumento rilevante per la finanza imprenditoriale, sempre più legittimato e impattante, come suggerito dall'entità di capitale raccolto su Kickstarter dai progetti di maggior successo.  


Dato l’impatto e l’ascesa del fenomeno ho pensato di  dedicare alcune riflessioni al tema. Ho individuato tre domande a cui cercherò di rispondere in altrettanti post:
1)      Come si si fa ad avere successo nella raccolta attraverso crowfunding?
2)      Cosa sta succedendo in Italia?
3)      Perché il crowfunding funziona? 

Come si si fa ad avere successo nella raccolta attraverso crowfunding?
Un recente studio (scaricabile qui) condotto presso la Wharton School della University of Pennsylvania ha cercato di rispondere a questo interrogativo analizzando circa 47000 progetti postati su Kickstarter  per un ammontare complessivo di capitale raccolto pari a $198.000.000. In sintesi questi sono i principali risultati dell’indagine:
1.      Maggiore è il social network del fondatore più è probabile che il progetto venga finanziato. Un ampia rete di contatti rende il progetto più visibile e dunque è più verosimile che solletichi interesse e curiosità di qualcuno disposto a dare un contributo finanziario. L’estensione del social network è in realtà anche un indicatore del grado di attivismo sociale del proponente, ovvero della sua capacità di mobilitare persone e interesse.
2.      I progetti che vengono presentati con grande ricchezza di dettagli e forte attenzione agli aspetti formali (espositivi e grafici) hanno probabilità molto più alta di essere finanziati. Un fattore decisivo è la disponibilità di un video illustrativo a supporto del progetto
3.      L’effetto cluster conta. Progetti con connotazione territoriale riesco ad aggregare più facilmente risorse nelle are geografiche di riferimento del progetto (si veda il grafico sotto) Inoltre la probabilità di successo è tanto più alta quanto maggiore è la densità di professionisti delle industrie creative operanti nella città sede del progetto.
4.      Progetti con visibilità nella home page di Kickstarter hanno una probabilità di successo altissima (89% contro il 20% di quelli non segnalati).


 Distribuzione dei progetti presentati a Kickstarter per area geografica e successo conseguito




Il grafico qui sopra mostra la distribuzione dei progetti postati su Kickstarter per città. I cerchi sono proporzionali al nr di progetti presentati in quella città e il colore scuro indica la proporzione di progetti finanziati quelli in verde chiaro sono i progetti non finanziati. Maggiore la coerenza tra natura del progetto e specializzazione territoriale della città più alta la probabilità di successo (effetto cluster). 


E l'Italia? Per una volta non segue ma detta la rotta.  E' infatti uno dei primi paesi al mondo (ebbene si, anche prima degli USA!) che sta per rendere esecutiva una legislazione ad hoc per regolamentare il crowdfunding basato su equity. Ne parleremo tra breve. 

domenica 28 aprile 2013

Da dove vengono gli imprenditori? (parte II)


Riprendo oggi le riflessioni avviate nel precedente post circa l’origine degli imprenditori. Avevo sottolineato in quell'occasione come le imprese facciano spesso da albero genealogico, gemmando imprenditori che si forgiano in un ambiente per così dire “protetto” prima di lanciarsi sul mercato. Ovviamente esiste una casistica altrettanto ampia di imprenditori senza alcuna precedente esperienza professionale. Tuttavia anche in questi casi spesso si scoprono alcuni tratti comuni nei percorsi di approdo all'imprenditorialità  Ad esempio l’essere cresciuti in una cultura imprenditoriale. Diversi studi suggeriscono infatti che individui i cui genitori, amici stetti o vicini sono imprenditori o sono impegnati in forme di auto-impiego, hanno maggior probabilità di scegliere a loro volta una strada imprenditoriale. Ci sono poi dei luoghi che possono esercitare precocemente un influsso imprenditoriale su chi li frequenta. Ritornando allo studi sopra citato sull'origine della Packaging Valley emiliana, si scopre ad esempio che la maggioranza dei pionieri del distretto si formarono presso la stessa scuola, le Aldini Valeriani, un istituto tecnico industriale dove storicamente si enfatizzano forme di apprendimento incentrate sulla sperimentazione, il trasferimento diretto di competenze e il fare (vedi tabella sotto).


Mi chiedo quale consapevolezza esista oggi circa il fondamentale ruolo che le scuole possono svolgere nell'instillare imprenditorialità sin da giovane età. 

lunedì 1 aprile 2013

Da dove vengono gli imprenditori? (parte I)


Vi siete mai chiesti da dove vengano gli imprenditori? Esiste un percorso ideale per diventare imprenditori? Quali itinerari formativi contraddistinguano una carriera imprenditoriale? Queste domande non hanno una risposta univoca tuttavia la ricerca ha evidenziato alcune regolarità. La più forte è che gli imprenditori sono originati dagli imprenditori. Con questo intendo dire che le imprese sono i migliori contesti in cui imparare a fare imprese. E’ per effetto di esperienze pregresse in tali ambiti che si impara il mestiere, si sviluppano competenze, relazioni, contatti e percezioni precise sui bisogni di mercato e sui gap non ancora colmanti. In uno dei primi e più citati studi in materia, ad opera di Amar Bhide, apprendiamo ad esempio che un buon 71% di imprenditori ha sviluppato l’idea di impresa durante precedenti esperienze professionali, come riportato nel grafico a seguire.


Ci sono poi alcune imprese che, per caratteristiche culturali,  ma anche tecnologiche e organizzative, più di altre sono capaci di incubare imprenditori. Un celebre caso nell’ambito del biotech è quello dell’americana Baxter. Come documentato nell'interessante libro di Monica Higging “Career Imprints”, la Baxter sin dal 1970 implementò un politica di gestione delle risorse umane che prevedeva l’assegnazione ai dipendenti più motivati e ad alto potenziale di incarichi di mini-CEO che conferivano forti responsabilità permettendo ai prescelti di sviluppare competenze, relazioni e sicurezza in sé stessi.  L’impatto imprenditoriale di questa policy fu straordinario, al punto che circa un quarto di tutte le startup biotech che si quotarono tra il  1979 e il 1996 avevano almeno un team member che aveva lavorato alla Baxter. Viceversa, l’orientamento molto più specialistico e funzionale di Abbot Labs, ancora oggi uno dei principali concorrenti  della Baxter, inibì la propensione imprenditoriale dei suoi dipendenti che in rarissimi casi fondarono proprie imprese. 

Casi analoghi più vicino a noi sono ad esempio quello di Acorn Computer, impresa pionieristica inglese, oggi non più operante, specializzata nel campo dei personal computer che nel corso degli anni 80 formò vere e proprie legioni di dipendenti-imprenditori, come illustrato nel grafico qui sotto. Recentemente si è quantificato in circa 30 il numero di imprese tecnologiche direttamente riconducibili a dipendenti di Acorn!



L'analisi della genesi della Packaging Valley emiliano romagnola è analogamente sorprendente. Ricostruendo i percorsi di provenienza degli imprenditori che hanno creato il distretto di aziende del packaging più importante al mondo si scopre infatti che alcune imprese sono state delle vere  e proprie fucine di imprenditorialità. 

                            Lorenzoni, G.(1998)Dove studiano gli imprenditori, Economia&Management, 6.

Come si nota nella figura sopra, tratta da uno studio del mio collega Gianni Lorenzoni, imprese come la GD o l’ACMA hanno innestato un sorta di effetto domino gemmando da sole decine di imprese, alcune delle quali poi diventate player internazionali di primo piano. Fare esperienza d’impresa dunque aiuta, ma non è ovviamente l’unico modo. Ne parleremo nel prossimo post. ...Stay tuned. 

lunedì 7 gennaio 2013

L'imprenditoria femminile (parte III)

Innanzitutto buon anno e buona Epifania! Apriamo il 2013 chiudendo il thread di post (post I qui; post II qui) curati da Lucia Ragazzi sul tema dell'imprenditoria femminile. In questo terzo e ultimo post Lucia ci presenta una interessante intervista con Sara Roversi, giovane ed energetica imprenditrice bolognese recentemente premiata da Unindustria per i suoi numerosi successi professionali, tra cui la creazione di Sosushi, la catena di ristorazione giapponese più diffusa in Italia.

Quattro chiacchiere con Sara Roversi
Sara Roversi, nata a Bologna nel Marzo del 1980, sposata e madre di due bambini, ad oggi è una delle imprenditrici seriali più giovani nel panorama dell'imprenditoria nazionale.


Quale è stato il suo percorso scolastico?
Mi sono laureata alla European School of Economics di Londra, università innovativa per l’epoca, con una componente filosofica molto forte che ha segnato profondamente il mio percorso imprenditoriale. Successivamente mi sono trasferita per un anno circa a New York dove ho potuto, grazie allo studio e ad un internship, consolidare la mia preparazione.

Quanto ha influito l’esperienza newyorchese sulla sua vita da imprenditrice?
È stata fondamentale. Di ritorno da New York, insieme al mio compagno Andrea Magelli abbiamo dato vita alla nostra prima impresa, Lifeinaclick, un progetto innovativo che si occupa di emotional marketing. Successivamente sempre con lui, che mi affianca in ogni mia attività, abbiamo creato Sosushi Italia Srl. Sosushi è l’attività che risente maggiormente dell’esperienza americana; l’idea è nata dall’attrazione per i take away di sushi incontrati lungo le strade della metropoli, abbiamo voluto portare in Italia qualcosa di nuovo, che ci piaceva e sul quale avevamo una forte convinzione circa l’esportabilità. Ad oggi Sosushi è la più diffusa e conosciuta catena in franchising di ristorazione giapponese sul territorio nazionale, direi che il coraggio di provare e lanciarsi con questa idea è stato pienamente premiato.

Nel corso del tempo avete dato vita anche ad altre attività, come nascono tutte queste idee?
Sì, nel corso degli anni sono nate You Can Srl, ad oggi partner ufficiale e unico rivenditore europeo dei prodotti Molo Design, Masabi Srl e infine You Can Group Srl, punto di incontro per tutte le realtà costruite negli anni. Recentemente abbiamo dato vita anche a Soul Factory, sorta nel cuore del Despina Business Park come innovativo concept di ristorazione collettiva dove il break diventa un momento di rigenerazione e arricchimento per corpo e mente. Ma sono tante anche le idee che abbiamo che che vorremmo sviluppare. Tutte nascono grazie alla continua ricerca del nuovo, di qualcosa di unico, ma anche pensando a quali sono le lacune presenti nel nostro territorio per poterle poi arginare. Faccio un esempio... nel corso degli ultimi anni il numero di turisti che passano per Bologna è notevolmente aumentato, anche grazie alla compagnia aerea Ryanair che fa scalo presso l’aeroporto cittadino. Quello che ci siamo chiesti era “Come valorizzare al meglio la città?”, sì ci sono i negozi che si occupano di merchandising, vendono cartoline e altri ricordi della città, ma sono tutte cose ormai obsolete, per questo abbiamo pensato di investire su un nuovo progetto che rilanciasse le eccellenze bolognesi. E cosa se non il cibo? Da qui è nato il Bologna food boutique, da qualche tempo  presente nel  centro della città. Esso rappresenta un nuovo concept di ristorazione, un locale capace di vivere la più frenetica o tranquilla pausa pranzo in compagnia di bolognesi doc e turisti provenienti da ogni parte del mondo, ed arrivare fino al tardo pomeriggio per regalare ai suoi clienti un tramonto che sa di lambrusco, un aperitivo che se è necessario parla dialetto e s’intende di sapori locali e genuini.

Di cosa ti occupi all'interno dell’impresa?
Principalmente di grafica, immagine e comunicazione ma in realtà un po’ di tutto, tranne il lato economico di cui si occupa mio marito Andrea. Entrambi ci occupiamo della ricerca e sviluppo, portando sempre nuove idee da sviluppare insieme al nostro team composto da una ventina di persone di culture e paesi diversi ma tutti under 35.

Quali sono i punti di forza e di debolezza di tutte queste attività?
I punti di forza direi: la grande innovazione, tutti i progetti sono unici, non ci sono competitor, uno staff giovane e multietnico, e sicuramente il learning by doing.
Tra quelli di debolezza ne sottolineerei uno in particolare, la mancanza di un business plan iniziale, di una pianificazione finanziaria che porta in alcuni casi a dover rivedere le proprie attività nel corso del tempo con conseguente duplicazione di costi e perdita di tempo.
Infine c’è un elemento che considererei sia come punto di forza ma anche come punto di debolezza: l’ incoscienza. L’incoscienza che porta a lanciarsi sempre in nuove sfide che possono tramutarsi in successi, e allora è un punto di forza, ma che possono portare anche ad errori o fallimenti e allora è una debolezza.

Quali sono le caratteristiche ideali che una buona imprenditrice dovrebbe avere? 
Sicuramente la passione e il coinvolgimento totale ( avere una propria attività implica dedicarsi ad essa 24 ore su 24 sette giorni su sette),  ma anche il divertimento, essere sempre pronti a cogliere nuove opportunità, nuove sfide senza aver paura di sbagliare.

Se dovessi definirti con due aggettivi come ti definiresti?
Entusiasta e creativa.

Obiettivi futuri?
Dall'esperienza nella creazione di format di ristorazione e del mondo delle start up e degli incubatori, nasce l’idea di  creare un Kitchen Incubator. Il primo a Bologna un secondo a Milano, avranno lo scopo di incubare al proprio interno tutti quei progetti “food based”, ossia tutti quei progetti volti alla creazione di nuovi food format, come Sosushi, ma anche applicazioni per il mondo food ( applicazioni per ipad, smartphone) che mettano in relazione non solo impresa e cliente ma anche impresa e fornitore, dedicate quindi al mondo B2B, food retail, etc. A differenza di altri incubatori simili, presenti solo negli Stati Uniti, in questo kitchen incubator lo scopo non è semplicemente avviare un proprio ristorante ma costruire una grande impresa, avviare catene di locali, franchising, standardizzando i processi.  Di prossima realizzazione, anche, un concept dedicato a due piatti della tradizione, lasagne e polpette, con l’obiettivo di un volo oltreoceano che faccia incontrare due elementi forti della tradizione italiana con uno stile di vita americano, contemporaneo e multietnico.

giovedì 6 dicembre 2012

Il fascino discreto della celebrità


"Entrepreneurs who start and build new businesses are more celebrated than studied" (Amar Bhide, 1991)

Il post odierno è dedicato ad un tema su cui mi sono espresso già in passato ma rispetto al quale desidero fare qualche precisazione. In un post di qualche tempo fa ho sottolineato l’importanza di dare visibilità alle storie imprenditoriali (di successo e non), celebrandone i protagonisti. Ho anche osservato che negli ultimi anni si è fatto tanto in questo senso, al punto che si può oggi parlare, dopo il tracollo del fenomeno dot.com di inizio XXI secolo, di una nuova ascesa dell’imprenditorialità a livello internazionale.


La ribalta delle startup è stata tale negli ultimi anni da diventare persino oggetto di interesse da parte di Hollywood, che ha trasformato la storia imprenditoriale di Mark Zuckerberg in uno dei maggior successi cinematografici del 2011. E' poi noto che star mediatiche e icone pop del calibro di Justin Timberlake, MC Hammer, Lady Gaga e Justin Bieber investono sempre più assiduamente in startup tecnologiche. A livello governativo la Casa Bianca si è formalmente impegnata nel progetto Startup America e in Italia per la prima volta nella storia del paese il governo ha varato attraverso il progetto “Restart, Italia!” un vero e proprio piano di sviluppo imperniato sulle startup. Il canale Bravo ha ideato e prodotto un reality show dal titolo “Start-Ups: Silicon Valley” che ha esordito il 5 Novembre 2012 sulle TV americane, mentre in Italia è partita a Settembre di quest’anno la versione nostrana di “The Apprentice”, con Briatore nella parte del Boss in cerca di intraprendenti talenti. 


Non vi è dubbio che tutto questo hype abbia un importante valore segnaletico, nel senso che contribuisce a rendere più visibile e probabilmente più entusiasmante il fare impresa come percorso professionale e personale alternativo a traiettorie di carriera probabilmente più sicure (manager, consulente, banchiere, etc.),  ma anche più limitate (e limitanti) nelle loro ricadute allargate. D’altro canto vi è anche il rischio, forse sottile ma  proprio per questo più subdolo, di far passare il messaggio illusorio che creare un’azienda sia la strada “facile” e alla portate di tutti per diventare rapidamente ricchi e famosi. 

La verità è l’esatto contrario. Questo tipo di percezione non solo è illusoria ma rischia di nuocere all'intero ecosistema imprenditoriale alimentando il culto della persona, inflazionando il sistema di progetti senza una solida e reale spinta motivazionale, generando “rumore di fondo”  e frustrando l’allocazione corretta di talento e capacità. Per circoscrivere questo possibile effetto collaterale è importante demistificare il processo imprenditoriale, spogliandolo degli orpelli edulcorati sui cui i media tendono a far leva per imbastire storie di facile appeal, raccontandolo invece con la sincerità - talora  brutale - che è propria di un percorso duro, tortuoso, irto di rischi ma anche sorprendente e gratificante se correttamente interpretato.   Come ha recentemente sottolineato il popolare autore di The Lean Startup Eric Reis: “l’imprenditorialità non è divertente, non è sexy e non è confortevole. E’ dura e noiosa, ma questa parte della storia non è mai mostrata nel film”.

domenica 4 novembre 2012

Picasso, van Gogh e trappole per topi



"Build a better mousetrap, and the world will beat a path to your door
Ralph Waldo Emerson

La citazione con cui apro questo post è un classico dell’insegnamento dell’imprenditorialità, menzionata in pressoché ogni manuale per descrivere cosa l’imprenditorialità NON è. La si deve al filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson e tradotta in italiano suona grosso modo così: Costruisci una trappola per topi migliore e il mondo si farà strada per raggiungerti.  Per quanto un pensatore brillante Ralph Waldo Emerson aveva evidentemente una visione piuttosto naïve dell’innovazione e delle difficoltà che bisogna sormontare per fare accettare le proprie idee, per quanto straordinarie, dal mercato (entità quest'ultima scettica per antonomasia, abitudinaria e spessa appesantita da interessi precostituiti). Si potrebbe infatti riformulare provocatoriamente la frase di Emerson al contrario: Costruisci una trappola per topi migliore, e nessuno si farà strada per raggiungerti…a meno che. In quel “a meno che” c’è il distinguo fondamentale tra avere successo oppure no. L’imprenditore non aspetta che il mondo si faccia strada ma esce e si costruisce da solo la strada che lo porterà a far scoprire ed apprezzare al mondo la sua trappola per topi.


E’ importante tenere a mente questo distinguo ogni qualvolta si cerca di spiegare il successo di qualcosa o qualcuno. Quando si cerca, ad esempio, di spiegare perché van Gogh è morto pressoché in miseria mentre Picasso  ha lasciato beni e proprietà per un valore stimato di circa 700 milioni di euro. Ci aiuta in questo esercizio Gregory Berns (professore di scienze comportamentali della Emory University) nella parte finale di Iconoclast, un interessante saggio in cui mi sono recentemente imbattuto.  La tesi centrale di Berns è che Picasso, a differenza di van Gogh, avesse una straordinaria capacità di immergersi attivamente in una gran varietà di circoli e contesti sociali attraverso cui mobilizzava attenzione e dava visibilità ai propri lavori. Viceversa, l’unico contatto tra Van Gogh e il mondo dell’arte era mediato dal fratello, troppo poco perché il mondo si accorgesse di lui.


Ovviamente altri fattori contribuirono a creare questo profondissimo divario tra lo straordinario successo dell’uno e la fine squattrinata dell’altro, non ultima la malattia mentale di van Gogh. Ma c’è una lezione semplice e fondamentale racchiusa in questa storia  per chiunque si affacci sul mercato con un’innovazione: mettetevi in moto perché NESSUNO si farà strada per raggiungervi, neanche se la vostra innovazione è uno dei quadri più emozionanti del 19° secolo.


Pace all’anima di Emerson.

sabato 20 ottobre 2012

L'imprenditoria femminile (parte II)


Proseguiamo oggi l’analisi del fenomeno imprenditoria femminile con la seconda parte del post tratto dalla tesi di laurea che Lucia Ragazzi sta dedicando  a questo tema. Dopo una panoramica macro oggi presentiamo qualche dato sulle caratteristiche delle donne imprenditrici

Il profilo delle donne imprenditrici
Dal rapporto “ Gender equality in education, employment and entrepreneurship: final report to the mcm 2012 ” e dai rapporti di Unionecamere  emerge che le donne imprenditrici possono essere descritte considerando tre fattori chiave:

• le motivazioni che spingono le donne ad intraprendere la strada imprenditoriale: la maggior parte lo fa per necessità, e per ottenere maggiore flessibilità in termini di tempo.

Fonte: Eurostat, Factor of Business Success Survey


Fonte: Eurostat, Factor of Business Success Survey

Il livello di istruzione elevato ma al quale si contrappone una minore esperienza manageriale. 

Fonte: Eurostat, idagine sulla forza lavoro, stime dall’ indagine sul “Income and program partecipation 2008” per gli Stati Uniti e sulla forza lavoro 2010 per gli altri paesi.
• il livello retributivo, più basso per le donne

 Fonte: OECD stime dal European Union Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC), 2008 wave Survey of Income and Program Participation 2008 for United States, Household, Income and Labour Dynamics in Australia (HILDA) 2008 wave

Tale differenza si riduce se si considerano gli utili per ore lavorate, in quanto, così facendo, si considera come le donne dedichino meno tempo all'attività  Un altro fattore importante da considerare è la minore propensione al rischio. Un’ alta avversione al rischio implica, infatti, bassi profitti, minori probabilità di incorrere in perdite e poche probabilità di ottenere alti rendimenti. In molti paesi inoltre, il gap si riduce ulteriormente se si considerano solo le imprenditrici con dipendenti.

Chiudiamo segnalandovi questo interessante link dedicato da Business Insider al profilo di 50 donne imprenditrici che hanno raggiunto risultati eccellenti a livello internazionale e che possono pertanto rappresentare un modello di riferimento per chi si appresti ad avviare un progetto imprenditoriale. Per la terza e ultima parte di questa serie di post sull'imprenditoria femminile cliccate qui.

50 imprenditrici che possono ispirarci


giovedì 11 ottobre 2012

L'imprenditoria femminile (parte I)


Che caratteristiche hanno le donne imprenditrici? Quante sono? In che settori operano? Che cosa le differenzia rispetto ai pari dell’altro sesso? Qual è la situazione italiana? In che modo si delinea il processo imprenditoriale quando protagoniste di tale processo sono le donne? Sono alcune delle interessanti domande a cui sta cercando di dare risposta Lucia Ragazzi che sta svolgendo una tesi su questi temi sotto la mia supervisione. Colgo dunque questa opportunità per condividere con voi alcune dei risultati che stanno emergendo dallo studio e che Lucia ha gentilmente sintetizzato per noi in questo post. A seguire trovate la prima parte. La seconda parte sarà presto online, assieme ad alcune delle interviste che abbiamo condotto.  



Le imprese in rosa in Italia e nel mondo
In Italia le imprese “in rosa” confermano di avere una marcia in più di quelle dei colleghi uomini e, nonostante i colpi della crisi, continuano a crescere ad un ritmo superiore a quello medio dell’imprenditoria nazionale. Tra giugno 2010 e giugno 2011, infatti, l’universo al femminile delle imprese italiane è aumentato di circa 9.000 unità, pari ad un tasso di crescita dello 0,7% contro lo 0,2% dei colleghi maschi, a fronte di una crescita media del tessuto imprenditoriale nazionale dello 0,3%. Al 2011, le imprese femminili fotografate dall’osservatorio sull’imprenditoria femminile di Unioncamere risultano essere circa 1.500.000 pari a circa il 24% del totale delle imprese e fanno guadagnare all’ Italia il primato in Europa. Proprio l’Italia, che in tanti settori legati all’economia, al lavoro, alla politica, alla giustizia è l’ultima della classe, in questo caso è al primo posto in Europa. Fatto cento il numero delle donne occupate, 16,4 sono imprenditrici: una media che supera di gran lunga quella dell’area Euro (10,3%).

A livello globale, tuttavia, nonostante la crescente partecipazione delle donne nel mercato del lavoro avuta negli ultimi decenni, la percentuale di donne imprenditrici sul totale degli imprenditori rimane bassa anche se in aumento. Tale percentuale nei paesi dell’OECD attualmente, infatti, è di circa il 30% simile a quella dei paesi in via di sviluppo nonostante essi siano partiti da livelli numerici inferiori. 

Fonte: OECD sulla base dell’indagine sulla forza lavoro e sulle famiglie.

Osservando, poi,  il tasso di nascita delle imprese femminili negli ultimi 24 mesi e comparandolo a quello delle imprese maschili, si nota come il primo sia sostanzialmente più alto in quasi tutti i paesi presi in esame confermando il trend italiano.


 Fonte: Eurostat, idagine sulla forza lavoro, stime dall’ indagine sul “Income and program partecipation 2008” per gli Stati Uniti e sulla forza lavoro 2010 per gli altri paesi.

Queste analisi, condotte dall’ OECD, si basano tutte sulla definizione di impresa femminile, elaborata sulla base di una serie di indicatori, in base ai quali un’ impresa è definita “femminile” se le donne rappresentano la maggioranza della proprietà e di conseguenza controllano le decisioni strategiche circa il funzionamento e lo sviluppo del business. Ma quali sono le differenze e le caratteristiche chiave delle donne imprenditrici? Esistono tratti tipo o percorsi preferenziali che  portano le donne al fare impresa? Ne parleremo nella seconda parte di questo post. Coming soon!