mercoledì 6 aprile 2011

C’è del metodo in questa follia (William Shakespeare)

Spesso quando insegno i miei corsi di imprenditorialità mi piace descrivere I grandi imprenditori come dei folli metodici. Folli perché non di rado si innamorano di un’idea che i più giudicano bizzarra, metodici perché seppure accolti con scetticismo, diffidenza o anche irrisione per le loro scelte di rottura, proseguono imperterriti nella loro visione di cambiamento. Fino a quando la loro ostinazione visionaria non incomincia a fare breccia e a contagiare altre persone che in quell’idea bizzarra incominciano pian piano a cogliere un senso concreto di possibilità e cambiamento. Fino a quando il sogno di un folle diventa la realtà condivisa di una moltitudine.

Oggi voglio condividere con voi un video stupefacente che in poco più di 3 minuti sintetizza questo processo con l’immediatezza che sole le migliori metafore possono raggiungere. Mi raccomando, il video va visto tutto fino alla fine! Subito sotto trovate la mia interpretazione che ne segue la scansione temporale.




Ecco dunque l’apologo “imprenditoriale” racchiuso in questo video:

00 In primis qualcuno incomincia a comportarsi in modo bizzarro. Poiché le sue scelte non convenzionali sfidano norme e canoni consolidati viene guardato con sospetto e lasciato solo. Ma non desiste e continua a fare quello che lo appassiona.

18’’ Accade Qualcosa di inatteso. Qualcun altro crede nella sua idea e lo segue. Il folle accoglie il suo primo seguace a braccia aperte. Ora non è più da solo e in due tutto diventa un po’ più facile. Il seguace trasforma il folle solitario in un leader!

53’’ Subentra un secondo seguace. Questo è un momento di svolta cruciale nel processo imprenditoriale. E’ la prova che quell’idea apparentemente così bizzarra può fare breccia e attecchire.  

1:11 – Altri due seguaci e poi altri tre si aggregano in rapida successione. E’ il punto di svolta, l’inerzia si sposta sempre di più a favore del folle, che ora è sempre più un modello da seguire e sempre meno un folle da irridere.

2:00 – fine. A questo punto l’effetto è travolgente e inarrestabile. Tutti vogliono essere parte di quella visione che ora è realtà.

Ci siamo. E’ giunto il momento per quel personaggio strambo e solitario di fare un passo indietro e godersi il frutto della sua audacia sfrontata, perché ha contagiato il mondo. Con metodica follia. 

lunedì 21 marzo 2011

Costruire un ecosistema imprenditoriale (parte II)

Proseguo oggi la mia lista di spunti in merito alle modalità/possibilità di creazione di un ecosistema imprenditoriale. Nel post precedente ho rilevato la difficoltà di usare Silicon Valley come paradigma di riferimento.  Vorrei oggi invece concentrarmi su  alcune “practices” che dovrebbero a mio avviso ispirare scelte di policy o più in generale azioni di stimolo/sostegno all’imprenditorialità:

Punto 2: Credere (e investire) nel potere della comunità
L’imprenditorialità, in quanto innovazione, presuppone un confronto continuo con l’incertezza e quindi una significativa tolleranza al rischio. Uno strumento indispensabile per iniettare fiducia a chi innova è il confronto con la comunità dei pari. Per comunità dei pari intendo tutti coloro sono animati da spirito imprenditoriale e che nella condivisione delle loro storie trovano forza per andare avanti, procedere o rialzarsi se sono caduti. Trovare in altri imprenditori dei modelli di riferimento è importantissimo e indispensabile, specie nei momenti più difficili, quando la porpia idea sembra arenarsi contro barriere di scetticismo o indifferenza. Come alimentare questo senso della comunità?
·        Ad esempio attraverso iniziative come brainstorming lounge, momento di incontro a cadenza mensile che aggrega imprenditori desiderosi di raccontarsi e condividere preoccupazioni e speranze del loro percorso imprenditoriale. Una momento in cui, nella lotta quotidiana per legittimare la propria idea, ci si puo’ scoprire molto meno soli di quanto talora non si creda. Ben vengano iniziative di questo tipo, che portano boccate di ossigeno a chi decide di fare impresa. Massimo e Bruno (i.e. Massimo Bocchi e Bruno Iafelice, ideatori del blounge), continuate così! 

·        Celebrando e comunicando in tutti i modi possibili le “gesta” degli imprenditori che ce la fanno e che possono indurre altri a provarci e a mettersi in gioco attraverso l’emulazione. E' nell’esempio infatti che gli emuli trovano la ragione forse più forte e tangibile per dire “ci provo anch’io”. Penso a come il successo di Skype  abbia ispirato una intera schiera di nuovi imprenditori in Estonia. Baidu (il motore di ricerca più diffuso in Cina) ha fatto lo stesso in Cina. Questi successi, se ben comunicati, galvanizzano gli animi riducendo la percezione di barriere e rischi.

·        Portando gli imprenditori nelle Università a raccontare agli studenti che “il fare impresa” è una strada possibile. Una strada difficile, impervia, costellata di ostacoli ma anche foriera di sorprese e gratificazioni non paragonabili a quelle proprie di percorsi più sicuri e lineari come il management o la consulenza.  Personalmente, già da alcuni anni cerco di coinvolgere in maniera sistematica imprenditori e investitori in aula per permettere agli studenti di capire che l’imprenditorialità è un mondo possibile. Tornerò su questo tema a breve. 

Punto 3: Fare leva sulle gazzelle
Il termine gazzella è molto in voga nella letteratura accademica per indicare nuove imprese particolarmente dinamiche e veloci che riescono in tempi relativamente brevi a raggiungere risultati significativi. Può sembrare un’affermazione elitistica e iniqua ma la verità è che 50 imprese da due persone e una impresa che ne impiega 100 non sono la stessa in termini di creazione di valore. I posti di lavoro sono gli stessi ma il potenziale di apprendimento, l’effetto reputazione e la capacità di ispirare sono molto superiori. Il messaggio di policy che ne traggo è (solo in parte) provocatorio. L’allocazione di risorse a favore di nuove imprese non deve essere “democratica” ma selettiva. Bisogna puntare sulle imprese più ambiziose, affamate di crescita e di innovazione. E quando le gazzelle emergono dovrebbero essere celebrate il più possibile attraverso i media.

Punto 4: Alleviare gli ostacoli culturali
Cambiare l’orientamento verso l’imprenditorialità significa trasferirne l’importanza e rimuovere quell’aura negativa o diffidente che troppe volte in Italia circonda il “fare impresa”. Questo richiede anche una attitudine culturale meno severa e stigmatizzante nei confronti del fallimento. Vi cito una frase di Denis Payre (fondatore di Business Object, ceduta nel 2007 a SAP per 6.8 bilioni di dollari) che mi ha molto colpito e che denota perfettamente il contrasto tra due approcci culturali all’imprenditorialità, quello europeo e quello statunitense:

 “When I decided to quit my job at Oracle my family and friends in Europe gave me 10 reasons why I should not do it. By contrast, when he visited the US, people gave me 10 reasons why I should do it. We live in a very risk-averse environment”

Cambiare routine culturali è forse la sfida più grande ma è anche una delle più decisive. In che modo procedere? A piccoli passi, ma con grandi aspirazioni. Godetevi questo video.

sabato 12 marzo 2011

Costruire un ecosistema imprenditoriale (parte I)

Come costruire un ecosistema imprenditoriale? Come stimolare creazione d’impresa e innovazione? Come far diventare un luogo un attrattore di idee e talento? Queste domande riecheggiano puntualmente all’interno degli svariati dibattiti, tavole rotonde, conferenze, convegni e seminari dedicati ogni anno ai temi dello sviluppo locale. E altrettanto puntualmente il mito di Silicon Valley viene presentato come modello di riferimento cui tendere, quasi fosse l’unica e sola vera via per  rispostagli interrogativi di cui sopra. 


Purtroppo gli studiosi che si sono occupati seriamente di questo tema sempre più diffusamente convergono nel ritenere questa via, per l’appunto, niente più che un mito. Oggi vorrei esprimere alcune riflessioni in proposito. Procederò per punti, cercando di delineare quelle che ritengo essere le vie più promettenti per stimolare l’imprenditorialità su scala locale. Per spazzare il campo da ogni dubbio premetto che non credo nell’esistenza di una “formula” vincente. Credo però che si possano definire delle linee guida, una sorta di roadmap, a partire da alcuni semplici principi.

Principio 1: Stop Fantasising about the Valley!
Silicon Valley è l’espressione di un processo di sviluppo straordinario basato sulla concomitanza di circostanze uniche e irripetibili. Cito le più eclatanti ( ma la lista potrebbe essere molto più lunga):
a)      La presenza di una eccezionale infrastruttura industriale incentrata sui settori aerospaziale e delle radiocomunicazioni su cui si sono innestate le prime importanti iniziative imprenditoriali. Su questo punto rimando al blog di Bradford Cross e alla sua ricca ricostruzione storica del fenomeno Silicon Valley, recuperabile qui.
b)     La cultura liberale  e aperta della California, una regione che è stata plasmata da pionieri pronti ad abbandonare vecchie certezze per perseguire nuove opportunità.  E ovviamente il diffuso spirito imprenditoriale di un paese, gli USA, in cui sina da piccoli si è esposti a storie "mitiche" di  figure imprenditoriali e innovatori come Edison o Benjamin Franklin e dove per le strade si trovano statue dedicate a capitani di industria come Andrew Carnegie o Henry Ford.
c)      Stanford e il rapporto tra università e industria. L’università di Stanford si sviluppa sin dai primi anni di vita con un orientamento di apertura e scambio nei confronti del mondo industriale. Le università californiane sono inoltre storicamente impegnate nella promozione di science parks, uffici di trasferimento tecnologico, incubatori, e fondi di investimento (Stanford, tanto per citare uno dei tanti casi eclatanti, ha incassato 200 milioni di dollari dalla propria quota in Google!). A questo si unisce una politica estremamente liberale nei confronti di PhD stranieri. Basti pensare che  nel 2008 le nuove imprese fondate o co-fondate da immigrati stranieri erano il 52% del totale. Nel 1998 erano il 25%.
e)      La presenza negli anni 60 di una struttura eccezionale come Fairchild Semiconductors, un laboratorio di ricerca pionieristico da cui fuoriusciranno nel giro di pochi anni i futuri fondatori di giganti come Intel, AMD, National Semiconductor, Kleiner Perkins e Xerox Parc, organizzazioni queste ultime a loro volta destinate a gemmare legioni di imprenditori (i famosi "fairchildren"), come illustrato nella figura sottostante.


Questa concomitanza di fattori ha messo in moto un processo tutt’altro che lineare e altamente idiosincratico. Dunque impossibile da riprodurre “by design”. Ispirarsi a un modello di riferimento è quasi sempre utile e costruttivo, a patto che non si tratti di un modello utopico. Nel prossimo post cercherò di contrapporre alla chimera Silicon Valley 3 semplici idee su come avviare un percorso di costruzione dell’ecosistema graduale e “dal basso”.

venerdì 25 febbraio 2011

“Credo nelle idee che diventano azioni” (Ezra Pound)

Quanto vale una grande idea imprenditoriale? Poco, probabilmente niente o quasi…se non è accompagnata da una altrettanto grande propensione all’azione. Cheval, il portagonista del nostro post precedente e' un esempio mirabile di questa sintesi tra l'immaginare e il fare. Eppure non di rado mi capita di incontrare persone che ripongono una fiducia smisurata nella loro idea e vedono nel business plan il punto di destinazione della progettazione imprenditoriale. Ma l’idea rappresenta solo un piccolo passo (il meno impegnativo) del percorso e il business plan è già vecchio nell’istante stesso in cui esce dalla stampante.

La verità è che le idee oggi più che mai sono commodities (dunque disponibili in grande abbondanza) di scarso valore se non sono sostenute da una forte attitudine (questa sì merce davvero rara) all’esecuzione. Sorrido quindi di fronte ad atteggiamenti di circospezione, reticenza se non totale chiusura da parte di potenziali imprenditori preoccupati di perdere la paternità della “propria” idea. 

Vi riporto in proposito il concetto di “idea come moltiplicatore” proposta da un noto personaggio del mondo degli affari  americano nel corso di un una presentazione a cui ho di recente assistito. In breve questa è la spiegazione:

Idea cattive = -1
Idea debole = 1
Idea buona = 10
Idea brillante = 20

Assenza di esecuzione = €$0
Esecuzione debole = €1000
Esecuzione buona = €100,000
Esecuzione brillante = €1000,000

Tutto il valore è nell’esecuzione. L’idea può moltiplicarlo, ma non crearlo. Ecco perché Artur Rock, uno dei più grandi Venure Capitalist viventi, è solito affermare: “I invest in people not ideas

mercoledì 16 febbraio 2011

"C'è una cosa più irresistibile di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un'idea il cui tempo sia giunto" (Victor Hugo)

Oggi vorrei condividere con voi una storia imprenditoriale incredibile e visionaria, come il suo protagonista. E’ la storia del Palais Ideal, un fantastico castello situato a circa 45 km a sud di Lione, nell’oscuro villaggio di Hauterives. Il Palais Ideal è un edificio immaginifico che combina stili, materiali e colori per dare forma a un'opera che non ha eguali al mondo. Una struttura  che nel suo punto di massima altezza raggiunge i 12 metri, realizzata con 3500 sacchi di argilla e  racchiusa da una cinta muraria di 1km.



Ma la cosa davvero più sorprendente è che a realizzare questo prodigio della fantasia non è stato uno stuolo di operai e architetti né tantomeno un’impresa di costruzioni, bensì un uomo solo. E ci ha impiegato 33 anni. Il suo nome è Ferdinand Cheval, e di mestiere faceva il postino. Con una educazione elementare e senza alcuna conoscenza tecnica né architettonica Cheval riuscì a edificare qualcosa che merita davvero di essere visto e che è oggi celebrato da artisti e intellettuali.


Nato nel 1836  nel minuscolo villaggio di Charmes-sur-l’Herbasse, Cheval copriva quotidianamente un percorso di circa 20 km per completare le consegne postali. Secondo le fonti più accreditate Cheval un giorno inciampò su un sasso rotondeggiante che lo colpì per la sua forma armoniosa e perfettamente levigata. Da quel momento in poi giorno dopo giorno e del tutto noncurante del sospetto e dell’irrisione dei suoi compaesani, incominciò ad accumulare le pietre nel luogo dove avrebbe dovuto sorgere il suo castello. Munito di una piccola carriola e spesso alzandosi alle due o tre del mattino per avere più tempo a disposizione prima dell’inizio del suo giro postale, Cheval trasportava e impastava incessantemente sassi e argilla.

Man mano che la sua creazione prendeva forma Cheval inscriveva nelle pareti aforismi e frasi  come “La vita è un destriero veloce. I miei pensieri permarranno assieme a questa pietra”, oppure “Tutto ciò è fatto d’arte, sogno e energia” o ancora “Passante, tutto quello che vedi è il lavoro di un contadino”.  I suoi compaesani incominciarono presto a crederlo pazzo ma già alla fine del 1800 il vociferare attorno a questo personaggio stralunato e alla sua fantastica creazione incominciava ad attrarre turisti e giornalisti da ogni dove.

Quando nel 1912 terminò la sua opera egli manifestò la volontà di essere sepolto al suo interno. Ma poiché le autorità locali non accolsero il suo desiderio il postino Cheval si rimise all’opera. Questa volta all’interno del cimitero di Hauterives, dove realizzò un fantasmagorico Mausoleo in cui deporre le sue spoglie mortali. Impiegò altri 8 anni per edificare questa incredibile tomba a cui diede nome “Tombeau du silence et du repos sans fin” (Tomba del silenzio e del riposo senza fine) e in cui ebbe sepoltura assieme a sua moglie nel 1924, all’età di 88 anni. Oggi il Palais Ideal e il Mausoleo sono riconosciuti ufficialmente come Patrimonio della Cultura Francese e attraggono  un continuo flusso di visitatori e artisti.


La storia di Ferdinand Chanel è emozionante così come la straordinaria lezione imprenditoriale che ci tramanda. Una lezione che esprime mirabilmente quella ostinazione audace che solo la fiducia cieca in un’dea, per quanto folle e bizzarra, può nutrire. A completamento del suo castello Cheval pose una lapide con su scritto: “1879-1912-10.000 giorni, 93000 ore, 33 anni di lotta. Che provino, coloro che pensano di poter fare meglio". L'avanzata di un'idea il cui tempo è giunto è davvero inarrestabile. 

Vi segnalo questo breve documentario in lingua inglese, qualora vogliate approfondire.




giovedì 3 febbraio 2011

Obama: innovazione ed imprenditorialità

Scrivo questo post a breve distanza del discorso che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha tenuto qui in campus a Penn State e lo faccio per sottolineare alcuni passaggi importanti.
Il motivo della visita è stato di sottolineare come la ricerca in tecnologie pulite (clean tech) sia una delle priorità individuate dall'amministrazione Obama. Penn State è uno dei centri di ricerca più all'avanguardia per la costruzione ed il riadattamento di edifici in chiave ecosostenibile e, sotto l'egida della Better Building Iniatitive promulgata dal Congresso, un centro di ricerca dedicato alle clean tech verrà creato in Pennsylvania, vicino a Philadelphia. Pertanto la scelta del Presidente di tenere un discorso qui a Penn State è stata particolarmente felice.

Quel che mi ha sorpreso e, perchè no, anche un po' inorgoglito è stato sentire il Presidente degli Stati Uniti parlare di innovazione e di imprenditorialità in maniera concreta e specificando, in un'estrema ed efficace sintesi, quale sia il percorso che lega questi due concetti:
Idee --> Ricerca --> Protezione della proprietà intellettuale --> Fondi per le imprese e deregulation --> Creazione d'impresa

Semplice, chiaro, efficace. Segno che il sistema istituzionale è cosciente di come le cose funzioni e quali meccanismi le regolino.

Si potrebbe fare lo stesso discorso in Italia?

domenica 23 gennaio 2011

Creatività e Collaborazione (parte II)

Nella puntata precedente di questo post ci eravamo lasciati discutendo il rapporto tra reti sociali e creatività. Come vi avevo anticipato con il mio collega della New York University Gino Cattani ho testato queste idee nel contesto cinematografico di Hollywood (per una disamina dettagliata trovate qui l’articolo scientifico). In sintesi, dopo oltre 3 anni di raccolta dati, abbiamo analizzato la struttura di collaborazioni di circa 30mila professionisti di Hollywood (tra registi, attori, montatori, sceneggiatori, produttori, direttori della fotografia, scenografi  e compositori), coinvolti tra il 1992 e il 2004 nella realizzazione di 2300 film.



Per oggettivare la performance creativa di ogni singolo individuo abbiamo quindi preso in considerazione una vasta gamma di prestigiosi premi assegnati annualmente dall’industria cinematografica statunitense (come gli Oscar, i Golden Globe, i Los Angeles Film Critics Awards, New York Film Critics ecc..). Abbiamo poi confrontato l’indicatore così ottenuto con la rete di collaborazioni sviluppate da ciascun artista nel corso della propria carriera. Così facendo abbiamo scoperto un trend molto interessante. Gli individui più creativi non operano ai margini di questa rete, ma non sono neanche centrali. Tipicamente è invece alle posizioni intermedie tra la periferia e il centro del sistema sociale che corrisponde il successo creativo. Che cosa significa questo risultato? Che implicazioni pratiche ha per chi si occupa, ad esempio, di gestione dell’innovazione o di management della creatività? Se siete incuriositi permettetemi di rinviarvi al podcast di questa intervista, che ho recentemente rilasciato ad una emittente nazionale discutendo ad ampio spettro di creatività e collaborazione. Gli stessi temi sono poi stati ripresi dal Corriere in una intervista che ho rilasciato successivamente. La trovate qui.Il file audio è un pò pesante ma la qualità è OK. Buon ascolto!


martedì 18 gennaio 2011

Evan Nisselson: come lanciare una start up e come organizzare il fund raising in Silicon Valley, NY ed Europa

EnLabs, con la collaborazione di Innovation Lab organizza un evento nel quale Evan Nisselson (http://www.linkedin.com/in/nisselson) ci parla della sua esperienza di startupper fra Silicon Valley, New York ed Europa, di come gestire la crescita, il successo e l'insuccesso e di come effettuare un fund raising. Evan oggi è mentor di SeedCamp, Mind the Bridge ed altre iniziative.

Quando: Thursday, January 20, 2011 from 6:00 PM - 9:00 PM (GMT+010)

Dove: Via Montebello, 8 00185 Rome -  Italy

L'evento è a offerta libera.


Per ulteriori dettagli, visita: http://www.eventbrite.com/event/1215201701/efbnen


lunedì 17 gennaio 2011

L'ACCADEMICO IMPRENDITORE

Oggi ospitiamo con grande piacere le riflessioni di Riccardo Fini in tema di Imprenditorialità Accademica, un’area di ricerca in grande fermento e di assoluto interesse per chi si occupa di Imprenditorialità e Innovazione. Riccardo è ricercatore presso l’Imperial College e si occupa da alcuni anni di questo affascinante fenomeno. A seguire ha sintetizzato per noi i risultati di un suo studio recentemente pubblicato e che è stato anche oggetto di discussione nella prestigiosa rivista Nature. Dunque, Riccardo, a te la parola!

Creazione di Impresa in Ambito Accademico

Nel corso degli ultimi dieci anni, in tutti i paesi maggiormente industrializzati, le istituzioni universitarie hanno subito forti pressioni dall’opinione pubblica e dagli stessi politici circa la necessità di mantenere elevati livelli di produttività a fronte di una maggiore razionalizzazione dei fattori in input. In aggiunta a ciò, a seguito della recente crisi finanziaria mondiale, come testimoniano i recenti eventi in Gran Bretagna, le università hanno dovuto gestire una forte riduzione del finanziamento pubblico alle attività di ricerca e al contempo, a seguito di pressioni dal mondo politico, enfatizzare le attività di ricerca applicata, nel tentativo di aumentare gli introiti monetari originati dalla commercializzazione dei risultati della ricerca universitaria (OECD, 2009).

A seguito di ciò, gli amministratori universitari e gli stessi politici hanno investito un considerevole ammontare di risorse per promulgare e sostenere le attività di trasferimento tecnologico (Knowledge Transfer Activities – KTA) da parte degli accademici. Per esempio, negli Stati Uniti, due delle più importanti leggi in materia di KTA, il Bayle-Dole Act e lo Stevenson-Wydler Act, sono state emanate nei primi anni ’80, ed hanno permesso e garantito ad università e laboratori governativi la possibilità di brevettare i propri risultati di ricerca, appropriandosi delle royalties originate dalla commercializzazione della tecnologia. Altre nazioni hanno investito in riforme similari, ad esempio la riforma del sistema universitario nel Regno Unito ed in Olanda negli anni ’90, il cosiddetto Loi Allegre introdotto nel 1999 in Francia, e l’introduzione di leggi ad hoc da parte del governo svedese all’inizio degli anni ’80. Più recentemente, anche in Italia, si è potuto assistere alla creazione di un nuovo sistema istituzionale (a seguito dell’introduzione della Legge 297 nel 1999) che ha permesso il trasferimento di alcuni poteri direttivi dal governo centrale alle singole università, enfatizzando le pratiche imprenditoriali all’interno di ciascuna istituzione.   

Le KTA possono originarsi a seguito di due processi marcatamente differenti. Alcune di esse fanno riferimento a quei settori scientifici in cui il progresso della conoscenza avviene prevalentemente a seguito dell’introduzione di nuove pratiche e metodologie che originano cambiamenti repentini e discontinuità negli scenari tecnologici di riferimento. Ciò si verifica in quei settori tecnologici quali il farmaceutico e le biotecnologie che sono caratterizzati da elevati regimi di appropriabilità, nei quali esiste quindi la possibilità di proteggere l’innovazione tecnologica mediante il ricorso alla proprietà intellettuale. La commercializzazione dei risultati della ricerca accademica avviene, in questo caso, attraverso le pratiche di brevettazione, la concessione di tecnologia in licenza, nonché tramite la creazione di nuovi imprese basate su tecnologia brevettata (IP-based KTA). In altri casi, invece, le KTA vengono principalmente originate attraverso la ricombinazione di conoscenza già esistente, ricercando la soluzione a problemi mediante il ricorso a scoperte precedenti piuttosto che a nuovi paradigmi tecnologici. Ciò avviene prevalentemente nelle scienze naturali e sociali, attraverso attività di consulenza e di collaborazione fra università ed impresa (non IP-based KTA).

Nonostante la documentata eterogeneità, la maggior parte degli studi si è focalizzata su KTA basate su tecnologia protetta da diritti di proprietà intellettuale. Pertanto, ad oggi, esistono ancora innumerevoli lacune relativamente allo stato dell’arte della conoscenza. In primis, non conosciamo l’entità del fenomeno, non sapendo in che percentuale le KTA si manifestano all’interno ed all’esterno del sistema di proprietà intellettuale. Non abbiamo inoltre informazioni circa l’impatto e l’efficienza differenziale dei meccanismi di supporto universitario sull’attivazione di entrambi i tipi di KTA. A causa della esiguità di tali dati, in innumerevoli casi si è verificato che gli amministratori universitari abbiano enfatizzato politiche e meccanismi orientati alla protezione della proprietà intellettuale universitaria, considerando le università come vere e proprie imprese private, piuttosto che supportare e permettere una maggiore condivisione di conoscenza fra università e mercato. Nel tentativo di proteggere e sfruttare le conoscenze sviluppate in ambito universitario, questo tipo di pratiche ha originato, paradossalmente, una riduzione delle collaborazioni tra imprese e università, come documentato nella letteratura esistente.

Nell’articolo intitolato “Inside or Outside the IP-System. Business Creation in Academia” apparso su Research Policy nel 2010, abbiamo cercato di contribuire a questo dibattito mostrando come negli Stati Uniti, gli spin-off accademici che nascono a valle della commercializzazione di tecnologia protetta da diritti di proprietà intellettuale sono basati su di un tipo di conoscenza circoscritta a pochi ambiti scientifici (se comparati con quelli che si originano al di fuori del sistema di IP). Lo studio, condotto nel 2007, e’ basato su di un campione di 11.572 individui, rappresentativo dell’intera popolazione degli accademici statunitensi (58.646)I risultati mostrano che i partecipanti allo studio hanno fondato 1.948 imprese, di cui 682 basate su tecnologia brevettata mentre le rimanenti 1.266 no. Questo trend ancora una volta testimonia il fatto che se l’attenzione ed il supporto alle pratiche di trasferimento di conoscenza accademica è focalizzato sui soli domini scientifici in cui la conoscenza è effettivamente brevettabile, un’intera parte delle KTA ne potrebbe risultare fortemente danneggiata.

Letture di approfondimento


Baldini, N., Grimaldi, R., e Sobrero, M., 2006. Institutional changes and the commercialization of academic knowledge: A study of Italian universities’ patenting activities between 1965 and 2002. Research Policy, 35, 518–532.

Fini R., Grimaldi R., e Sobrero M., 2009. Factors Fostering Academics to Start up New Ventures: an Assessment of Italian Founders' Incentives, Journal of Technology Transfer, 34, 380-402.

OECD, 2009. OECD Science, Technology and Industry Scoreboard 2009, OECD Publishing.

Rothaermel, F., Agung, D., e Jiang, L., 2007. University entrepreneurship: a taxonomy of the literature. Industrial and corporate change 16, 691–791.

Shane, S., (Ed.) 2004. Academic entrepreneurship: University spin-off and wealth creation. Northampton, MA: Edward Elgar Publishing.

lunedì 10 gennaio 2011

Creatività e Collaborazione (parte I)


Negli ultimi anni nella mia attività di ricerca mi sono occupato con una certa continuità di creatività, un tema ovviamente centrale nel dibattito sull’imprenditorialità. L’ho fatto cercando di sfatare la dominante visione solipsistica che alimenta il mito del creativo geniale e solitario. Ovviamente è più facile identificarsi in questo ideale di eroe romantico che esalta qualità straordinarie di inventori, artisti e imprenditori (che entrano immediatamente nell’immaginario collettivo). L’evidenza scientifica tuttavia sempre più spesso offre una visione che si discosta, talora diametralmente, da questo ideale.

Randall Collins, uno dei massimi sociologi americani viventi, ha condotto uno studio enciclopedico su questo tema ricostruendo la carriera di alcuni dei più importanti scienziati, artisti e filosofi nella civiltà Occidentale ed Orientale. Tra questi Beethoven, Darwin, Freud, Hume, Einstein per citarne alcuni.


Collins mostra in maniera meticolosa come quasi tutti questi individui fossero accomunati  dall’appartenenza a ricche reti sociali che includevano altri scienziati, pensatori e artisti con i quali scambiavano idee e conoscenza attraverso processi di competizione e collaborazione. Recenti evidenze apparse su Science mostrano poi come tanto nelle scienze sociali quanto in quelle naturali la collaborazione sia sempre più importante nei processi alla base delle produttività scientifica. Wuchty, Jones & Uzzi (2007) ad esempio hanno dimostrato che in pressoché tutti i domini disciplinari la dimensione media dei team di ricerca nel corso degli ultimi 45 anni è circa raddoppiata (si veda la figura sotto).

L’importanza crescente dei team nella produzione di conoscenza


Non solo, i lavori scientifici che sono frutto di collaborazioni mediamente ricevono più attenzione e citazioni rispetto a quelli individuali. E’ inoltre più probabile che un breakthrough, ovverosia un lavoro ad impatto eccezionalmente alto, sia frutto di una collaborazione che non di un autore singolo. In un altro studio recente Lee Fleming, un ricercatore di management e innovazione dell’Università di Harvard, ha ricostruito la mappa di collaborazioni che sottende l’innovazione prodotta da Silicon Valley (che ho riproposto qui sotto) giungendo a considerazioni analoghe.  

Il network di collaborazioni tra gli inventori di Silicon Valley


Fleming, Lee, and Adam Juda. "A Network of Invention”, Harvard Business Review 82, no. 4


Persino in aree disciplinari per loro natura facilmente associabili alla visione solipsistica del genio creativo, come ad esempio la pittura, la musica o la poesia la componente sociale o collaborativa è spesso molto più centrale di quanto non si immagini. Vi consiglio in proposito il bel libro dello storico Michael Farrell Collaborative Circles: Friendship Dynamics and Creative Work, che offre una ricchissima casistica di creatività collaborativa in cui rientrano fra gli altri scrittori come Lewis; Tolkien, il gruppo dei poeti Fuggiaschi e i maggiori esponenti dell’impressionismo francese.
Perché dunque la dimensione sociale è così importante? Essenzialmente per due motivi. Primo perché il lavoro creativo invariabilmente comporta ricombinazione di materiale, idee e conoscenze preesistenti il cui accesso è, almeno in parte, regolato dalle reti sociali in cui gli individui sono immersi. Secondo, perché i frutti di qualunque sforzo creativo, per quanto radicali e innovativi non possono affermarsi in assenza di una comunità ricettiva in grado di legittimare gli sforzi innovativi facilitando accesso a risorse (simboliche e/o materiali) indispensabili per creare. E’ per questo motivo che difficilmente si può comprendere l’origine delle innovazioni e delle idee prescindendo dal contesto sociale, dalla struttura di collaborazioni e dalle reti in cui tali idee emergono e si affermano. Personalmente ho applicato e testato queste idee nel contesto cinematografico di Hollywood. Nella parte II di questo post cercherò di spiegare come ho fatto e con quali risultati. A presto!