Forza ragazzi!
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lunedì 12 marzo 2012
Giovani startupper italiani
Leggo con sollievo e soddisfazione di questa mini inchiesta del Corriere sulle nuove startup italiane. Il sollievo nasce dal vedere incorporati concetti come il fallimento all'interno dei percorsi di creazione d'impresa senza la solita stigmatizzazione sociale che comunemente si attribuisce al "fallito" (che, guarda caso, nell'utilizzo comune è un termine derogatorio). La soddisfazione nasce dal constatare come si stia diffondendo l'idea di tentare delle web-based startup in virtù dei minori costi di avvio e dal promuovere la creazione d'impresa come alternativa ad un lavoro dipendente se non, in alcuni casi, come scelta (controcorrente) di vita, guidata da una spinta vocazionale ed estremamente volitiva.
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giovedì 8 dicembre 2011
Imprenditore: una parola - molteplici significati
La definizione di imprenditore assume significati e connotazioni diversi a seconda del contesto, del tempo e del luogo nel quale si declina. In questo si comporta esattamente come qualsiasi concetto culturale (e utilizzo culturale con accezione presa a prestito dalla sociologia).


Negli Stati Uniti è, da un paio d'anni, esploso il fenomeno dei food trucks. L'idea è, allo stesso tempo, semplice e geniale: poter gustare cibo di qualità preparato al momento senza necessariamente doversi sedere ad un ristorante. La varietà di food trucks che hanno iniziato a popolare le strade delle città è molto ampia: si va da comfort food (quello che in Italia si potrebbe definire "della nonna") a prodotti specifici (cupcakes ad esempio) fino a veri e propri ristoranti raffinati su ruote. Alcuni degli chef dietro questi food trucks hanno anche ristoranti tradizionali, ovvero fatti di quattro mura.
Sono imprenditori?
Vediamo:
- hanno sviluppato un'idea innovativa (non che non esistessero prima, ma ne hanno rivoluzionato il concetto, democratizzando il prodotto senza che questo necessitasse di compromessi in termini di qualità)
- hanno saputo intercettare una fascia di clientela i cui bisogni erano attualmente insoddisfatti (mangiare cibo di qualità a prezzi abbordabili anche durante una veloce pausa pranzo)
- hanno sviluppato modelli di business basati sul concetto di bootstrapping (investimento ridotto e utilizzo di tutte le risorse fino all'ultimo centesimo)
Hanno tutti i crismi per essere definiti imprenditori e come tali vengono trattati dalla stampa sia di business che di critica gastronomica.
Spostiamoci in Italia.
Il concetto è presente nella nostra cultura da decenni: paninari, porchettari, piadinari e quant'altro. Solitamente posizionati nelle vicinanze di locali notturni ad orari prossimi alla chiusura degli stessi, capitalizzano su una clientela poco incline ad una scelta informata, quanto spinta ad una scelta obbligata o priva di alternative.
Chi li definirebbe imprenditori in Italia? Temo pochissime persone.
E questo mi serve per esprimere il messaggio chiave di questo post: se si vuole contribuire alla ripresa economica del nostro Paese, è necessario lasciare che le energie dei giovani vengano canalizzate in attività imprenditoriali dove l'etichetta imprenditoriale deve essere affissa con dignità qualsiasi sia il settore scelto. Bisogna dismettere atteggiamenti e predisposizioni vetusti e dannosi quali "eh ma devi trovarti un lavoro serio". Bisogna invece incoraggiare a capitalizzare sulle proprie energie, passioni, interessi e promuovere lo spirito di iniziativa, soprattutto nei giovani. Proprio la scorsa settimana ho conosciuto una persona che, dopo un MBA conseguito presso la Kellogg School of Management (top 5 al mondo secondo Business Week) si è iscritta ad una scuola di cucina per seguire una sua passione ed ha poi aperto un ristorante, dimostrazione di come ci si debba liberare dall'oppressione dell'escalation of committment. Oppure sapersi reinventare imprenditori in momenti di difficoltà economica e disoccupazione.
Certo è necessario che a livello istituzionale ci sia maggiore attenzione all'iniziativa imprenditoriale come volano dell'economia (defiscalizzazione, incentivi per l'imprenditoria giovanile e in aree economicamente depresse, deburocratizzazione), ma non è che queste spesso rimangano giustificazioni a copertura di un atteggiamento mentale poco aperto alla sfida imprenditoriale?
Io vorrei vedere centinaia di food trucks invadere le strade italiane con tutte le varietà di cibi regionali cucinate con attenzione al prodotto e prezzi contenuti per venire incontro al difficile momento economico. Vorrei vedere questi imprenditori. Poi benvengano anche gli Steve Jobs.
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giovedì 3 febbraio 2011
Obama: innovazione ed imprenditorialità
Scrivo questo post a breve distanza del discorso che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha tenuto qui in campus a Penn State e lo faccio per sottolineare alcuni passaggi importanti.
Il motivo della visita è stato di sottolineare come la ricerca in tecnologie pulite (clean tech) sia una delle priorità individuate dall'amministrazione Obama. Penn State è uno dei centri di ricerca più all'avanguardia per la costruzione ed il riadattamento di edifici in chiave ecosostenibile e, sotto l'egida della Better Building Iniatitive promulgata dal Congresso, un centro di ricerca dedicato alle clean tech verrà creato in Pennsylvania, vicino a Philadelphia. Pertanto la scelta del Presidente di tenere un discorso qui a Penn State è stata particolarmente felice.
Quel che mi ha sorpreso e, perchè no, anche un po' inorgoglito è stato sentire il Presidente degli Stati Uniti parlare di innovazione e di imprenditorialità in maniera concreta e specificando, in un'estrema ed efficace sintesi, quale sia il percorso che lega questi due concetti:
Idee --> Ricerca --> Protezione della proprietà intellettuale --> Fondi per le imprese e deregulation --> Creazione d'impresa
Semplice, chiaro, efficace. Segno che il sistema istituzionale è cosciente di come le cose funzioni e quali meccanismi le regolino.
Si potrebbe fare lo stesso discorso in Italia?
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martedì 18 gennaio 2011
Evan Nisselson: come lanciare una start up e come organizzare il fund raising in Silicon Valley, NY ed Europa
EnLabs, con la collaborazione di Innovation Lab organizza un evento nel quale Evan Nisselson (http://www.linkedin.com/in/nisselson) ci parla della sua esperienza di startupper fra Silicon Valley, New York ed Europa, di come gestire la crescita, il successo e l'insuccesso e di come effettuare un fund raising. Evan oggi è mentor di SeedCamp, Mind the Bridge ed altre iniziative.
Quando: Thursday, January 20, 2011 from 6:00 PM - 9:00 PM (GMT+010)
Dove: Via Montebello, 8 00185 Rome - Italy
L'evento è a offerta libera.
Per ulteriori dettagli, visita: http://www.eventbrite.com/event/1215201701/efbnen
Per ulteriori dettagli, visita: http://www.eventbrite.com/event/1215201701/efbnen
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lunedì 15 novembre 2010
Come creare startup in Italia
E’ vero che per creare startup innovative di successo occorre uscire dall’Italia? Quali sono le prospettive per chi resta nel nostro paese? Cosa è possibile fare e cosa no?
Sono alcune delle domande a cui un manipolo di giovani “startuppari” cercherà di rispondere nel corso dell’evento stile barcamp organizzato da Spreaker per stimolare riflessioni e dibattito sul “fare impresa in Italia”. Tra i partecipanti i fondatori di imprese giovani e ambiziose tra cui: Xmatch, Balsamiq, Mashape, Koinema, Econoetica.
L’appuntamento è fissato per Martedì 16 novembre alle 18,30 presso l’Arteria, Vicolo Broglio, 1- Bologna. Trovate tutti i dettagli qui.
Approfitto di questo post per segnalare ai nostri lettori il caso di Spreaker, startup che sta bruciando le tappe grazie ad una piattaforma tecnologica che permette agli utenti di diventare veri e propri DJs creando e trasmettendo il proprio palinsesto radiofonico. Insomma una sorta di Youtube radiofonico. Il modello di business verte sull’inserimento di stacchi pubblicitari customizzati all’interno delle trasmissioni radiofoniche ideate e lanciate dagli utenti.
A meno di un anno dalla fondazione Spreaker ha oggi al suo attivo circa 10.000 DJs e 100.000 ascoltatori. A riprova del potenziale di questo modello, proprio la scorsa settimana Italian Angels for Growth (la più importante community di Business Angels in Italia) ha annunciato di aver concluso un round di finanziamento di 250.000 euro a favore di Spreaker.
Non vi nascondo che scrivo questo post con una punta di orgoglio visto che Spreaker è nata con il sostegno del nostro incubatore AlmaCube dopo aver vinto l’anno scorso la Start Cup di Bologna, della cui commissione ho avuto il piacere di fare parte.
Complimenti ragazzi e continuate così!
giovedì 4 novembre 2010
Fare impresa: opportunità o necessità?
La recente crisi economica ed il conseguente innalzamento del tasso di disoccupazione hanno portato il tema della creazione d'impresa ancor più al centro del dibattito politico, economico ed accademico. E' interessante notare come la prospettiva US sia, per diversi tratti, assai differente da quella italiana (ed europea, più in generale).
Ma non per i soliti noti motivi (o, per lo meno, non solo).
Per prima cosa la creazione d'impresa è vista come motore dell'economia: sotto il profilo dell'occupazione (creazione di posti di lavoro), sotto il profilo dell'innovazione (creazione di capitale tecnologico e umano) e sotto il profilo di supporto alla comunità (più l'economia è florida, più la comunità di riferimento beneficia dell'impiego del gettito fiscale di queste realtà produttive e del loro apporto diretto in donazioni e iniziative di responsabilità sociale).
E' un secondo aspetto del dibattito, tuttavia, quello che ha catturato la mia attenzione: la creazione d'impresa è frutto di opportunità o necessità?
Storicamente la creazione d'impresa (grazie al contributo della scuola economica austriaca) è stata vista come meccanismo legato all'equilibrio dei mercati: per Schumpeter la distruzione creatrice (la creazione d'impresa) permette al mercato di raggiungere un equilibrio provvisorio (cfr. equilibrio puntuato) che, a sua volta, sarebbe superato dalla successiva ondata di imprenditori; per Kirzner l'imprenditore, disvelando e cogliendo opportunità d'arbitraggio non sfruttate da altri, contribuisce al riequilibrio del mercato (o, per lo meno, ad una sua generale tendenza); per Lachmann è il soggettivismo dell'individuo che permette la creazione di opportunità imprenditoriali tramite la combinazione e ricombinazione continua di conoscenza e beni intermedi. Pur riflettendo tre approcci differenti, il quid scatenante l'azione imprenditoriale è la presenza o la creazione di opportunità.
Si è, dunque, imprenditori per opportunità.
E se invece la creazione d'impresa fosse una scelta obbligata e necessaria per chi, perso il proprio posto di lavoro, incontri grandi difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro?
In questa prospettiva, se vogliamo, sono implicite condizioni contestuali proprie del sistema americano, ove l'eventuale fallimento non è stigmatizzato socialmente (ma, al contrario è spesso visto di buon occhio dal mondo degli investitori - venture capital, angel e quant'altro) e ove si predilige un approccio interventivista ad uno attendista per quel che riguarda la dinamica dei mercati (in questo caso, quello del lavoro). Tuttavia è marcata la differenza delle lenti adottate per spiegare il fenomeno imprenditoriale in contesti culturali diversi.
E' lecito attendersi che questa prospettiva prenda piede in un'Italia ove il mercato del lavoro (in particolar modo per i giovani) è di difficile accesso, fonte di frustrazioni e scarse remunerazioni? Se questo può aiutare a cambiare l'approccio al mercato del lavoro dei giovani italiani (in particolare i giovani laureati) e contribuisca, così, all'innovazione e alla creazione d'impresa allora, ben venga.
Ma non per i soliti noti motivi (o, per lo meno, non solo).
Per prima cosa la creazione d'impresa è vista come motore dell'economia: sotto il profilo dell'occupazione (creazione di posti di lavoro), sotto il profilo dell'innovazione (creazione di capitale tecnologico e umano) e sotto il profilo di supporto alla comunità (più l'economia è florida, più la comunità di riferimento beneficia dell'impiego del gettito fiscale di queste realtà produttive e del loro apporto diretto in donazioni e iniziative di responsabilità sociale).
E' un secondo aspetto del dibattito, tuttavia, quello che ha catturato la mia attenzione: la creazione d'impresa è frutto di opportunità o necessità?
Storicamente la creazione d'impresa (grazie al contributo della scuola economica austriaca) è stata vista come meccanismo legato all'equilibrio dei mercati: per Schumpeter la distruzione creatrice (la creazione d'impresa) permette al mercato di raggiungere un equilibrio provvisorio (cfr. equilibrio puntuato) che, a sua volta, sarebbe superato dalla successiva ondata di imprenditori; per Kirzner l'imprenditore, disvelando e cogliendo opportunità d'arbitraggio non sfruttate da altri, contribuisce al riequilibrio del mercato (o, per lo meno, ad una sua generale tendenza); per Lachmann è il soggettivismo dell'individuo che permette la creazione di opportunità imprenditoriali tramite la combinazione e ricombinazione continua di conoscenza e beni intermedi. Pur riflettendo tre approcci differenti, il quid scatenante l'azione imprenditoriale è la presenza o la creazione di opportunità.
Si è, dunque, imprenditori per opportunità.
E se invece la creazione d'impresa fosse una scelta obbligata e necessaria per chi, perso il proprio posto di lavoro, incontri grandi difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro?
In questa prospettiva, se vogliamo, sono implicite condizioni contestuali proprie del sistema americano, ove l'eventuale fallimento non è stigmatizzato socialmente (ma, al contrario è spesso visto di buon occhio dal mondo degli investitori - venture capital, angel e quant'altro) e ove si predilige un approccio interventivista ad uno attendista per quel che riguarda la dinamica dei mercati (in questo caso, quello del lavoro). Tuttavia è marcata la differenza delle lenti adottate per spiegare il fenomeno imprenditoriale in contesti culturali diversi.
E' lecito attendersi che questa prospettiva prenda piede in un'Italia ove il mercato del lavoro (in particolar modo per i giovani) è di difficile accesso, fonte di frustrazioni e scarse remunerazioni? Se questo può aiutare a cambiare l'approccio al mercato del lavoro dei giovani italiani (in particolare i giovani laureati) e contribuisca, così, all'innovazione e alla creazione d'impresa allora, ben venga.
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